AGGIORNATO ALLE 22.15

All'inizio c'era stata una partenza positiva, soprattutto per le piazze azionarie europee che avevano sfruttano la scia di Tokyo (+1,3% il Nikkei) e la notizia del sostegno della Ue alla Grecia. Poi però, in seguito alla diffusione dei dati sul Pil dell'Eurozona, le piazze del Vecchio continente hanno virato verso il basso, chiudendo in calo: Parigi ha ceduto lo 0,47%, Londra lo 0,39% e Madrid lo 0,45 per cento. Francoforte, invece, ha resistito quasi sulla parità. A Milano il Ftse All Share ha ceduto lo 0,33% e il Ftse Mib lo 0,19 per cento. Andamento contrastato, invece, per Wall Street: il Dow Jonesha perso lo 0,44% e l'S&P500 lo 0,27 per cento. In rialzo invece il Nasdaq Composite: + 0,28 per cento.

Sull'andamento delle Borse americane ha pesato un mix di fattori: in primis, la scelta della banca centrale cinese per un incremento dei coefficienti di riserva, nel tentativo di raffreddare il boom del credito. I ratio delle più grandi istituzioni finanziarie di Pechino saliranno al 16%; una decisione che segue la pubblicazione di dati preoccupanti: gli impieghi, nel paese del Drago, a gennaio hanno superato la somma dei tre mesi precedenti e i prezzi delle case hanno fatto un notevole balzo in avanti, alimentando i timori di un surriscaldamento dell'economia. «La mossa - spiega Brian Lazorishak, portfolio manager di Chase Investment - è arrivata abbastanza inaspettata e ha innervosito i mercati: un rallentamento dell'economia cinese, imposto da una politica monetaria più restrittiva, è vissuto dalle Borse come fumo nell'occhio».

Anche se, a ben vedere, si tratta un po' di un paradosso: da un lato, si chiede a gran voce un rientro dalla politica di easy money per evitare scenari iper infalzionistici; dall'altro, ogni qual volta le banche centrali si muovono i mercati piangono. Ovvio: ciò che va bene per Wall Street non vuol dire vada bene per Main Street, anche se molti lo dimenticano.

Ma non è stata solo la Cina. I listini a stelle e strice, già dubbiosi anche a causa del Pil in Europa, hanno sofferto diversi dati macroeconomici americani, in particolare il calo della fiducia dei consumatori monitorato dall'indice dell'Università del Michigan. Per converso, il newsflow legato ad alcuni titoli tecnologici ha aiutato il Nasdaq. Come, per esempio, quello su Motorola che ha deciso il suo scorporo in due società distinte entro l'inizio del 2010. Il piano prevede che la divisione dei telefoni cellulari e dei decoder si separi dalle altre attività del colosso delle telecomunicazioni statunitense diventando una nuova società. Il titolo è cresciuto di oltre il 7 per cento.

Tornando in Europa, a livello di comparti pesante ancora l'automotive (il DJ Stoxx 600 di riferimento ha perso oltre il 2%) e le costruzioni (-1,6%). Giù anche banche (-1,5%) e le materie prime (-0,7%). In controtendenza l'alimentare (+0,8%).

A Piazza Affari bene Eni dopo i conti 2009 e la distribuzione di una cedola di 1 euro per azione. Ok anche Enel impegnata in questi giorni nel roadshow di presentazione di un bond da 2 miliardi.

In ribasso il titolo Telecom dopo le indiscrezioni di stampa secondo cui vi sarebbe un taglio degli obiettivi al 2012 e un piano industriale con indicazioni al ribasso. Secondo Il Messaggero, l'amministratore delegato Franco Bernabè riformulerebbe i target di Telecom Italia nel trienno 2010-2012 e l'aggiornamento del piano industriale, che sarà approvato dal cda il 25 febbraio, conterrebbe indicazioni al ribasso. Ieri nella sede milanese della società si è riunito il comitato esecutivo per fare il punto della situazione prima del cda. Agli incontri avrebbero partecipato anche, in video-conferenza, Julio Linares, ad di Telefonica, e i legali Perez Alati e Franco Bonelli, consultati sul caso Telecom Argentina.

 

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