Spirava un'aria fresca sulla terrazza del Berghof. All'orizzonte le montagne erano ancora innevate, ma gli ospiti sembravano già sentire l'arrivo della primavera. Martin Bormann chiacchierava con Heinrich Himmler e accanto a loro prendeva il sole Eva Braun. Il Capo invece, come lo chiamavano gli intimi, stava ammirando il panorama e accarezzava Blondi, la sua amatissima femmina di cane lupo. Un ufficiale, qualche metro più in là, aveva ripreso la scena. Pochi scatti, a colori, che nessuno avrebbe mai dovuto vedere. Non i tedeschi, abituati a ben altra retorica, non il figlio del fotografo. Ma Hanns-Peter Frentz, figlio di Walter Frentz, un giorno lo ha scoperto. Suo padre è stato il cameraman personale di Adolf Hitler e il fotografo che lo ha seguito ovunque, anche nella sua vita privata, dal 1938 a pochi giorni prima della morte.
Per anni queste immagini, insieme ad altre ventimila, sono rimaste nello studio di Walter Frentz, immerse nella luce di una splendida casa sul Lago di Costanza. Oggi l'archivio è nello studio del figlio, a Berlino, in una mansarda nel quartiere di Schöneberg e dalle finestre si vede il campanile del Rathaus, che domina la piazza dove John F. Kennedy pronunciò la storica frase: «Ich bin ein Berliner». Sono un Berlinese, sono un uomo libero. Anche Hanns-Peter Frentz ha deciso di essere un uomo libero e con grande coraggio ha convinto il padre, nel suo ultimo periodo di vita, a riguardare alcuni di questi dossier. Quindi, alla scomparsa di Walter Frentz, all'età di 97 anni, nel 2004, l'intero archivio è stato aperto agli storici. Dall'incontro è nato un libro, di cui è appena uscita la versione francese, L'oeil du III Reich. Walter Frentz le photographe de Hitler (ed. Perrin), che riunisce per la prima volta l'opera del fotografo tedesco e invita a viaggiare nella storia della Germania e nella vita di due generazioni, drammaticamente a confronto. Un viaggio autobiografico che Hanns-Peter Frentz ha voluto ripercorrere in una lunghissima e appassionante intervista, in esclusiva al nostro giornale.
«Per capire chi fosse Walter Frentz, o chi credevo fosse – racconta Hanns-Peter Frentz, 56 anni, studioso di economia e di induismo, oggi responsabile di un portale che riunisce i più grandi musei d'arte del mondo, il Bildportal der Kunstmuseen – non dobbiamo partire dall'ascesa del nazismo che mio padre ha fotografato nel film di Leni Riefenstahl, Il Trionfo della Volontà, nel 1934. Dobbiamo iniziare dagli anni Sessanta, da quei tempi di pace e di silenzio assoluto. Mio padre, dopo la guerra, girava documentari e su incarico delle principali istituzioni tedesche aveva realizzato una serie di film sulle città d'arte europee. Walter Frentz, l'uomo che conoscevo e amavo, e che mi ha sempre amato, era un regista coltissimo che parlava di architettura e di musica. Del suo passato sapevo solo che a ventisei anni era stato a New York, per riprendere l'attraversata del transatlantico Hamburg e che nel 1936 aveva firmato la fotografia di Olympia, il film della Riefenstahl, premiato all'Expo di Parigi».
Il passato, dalle riunioni al Berghof al massacro di Minsk, da un compleanno nella Tana del Lupo, il Quartiere generale nella Prussia Orientale, alla fuga dal bunker di Berlino, tutto ciò giaceva tranquillamente nel fondo della memoria e al di là di una semplice porta a vetri. Ma un giorno, una voce che nessuno aveva mai più ascoltato da anni ruppe i sigilli. «Ero al liceo e dopo il '68 anche in Germania, finalmente, si ricominciava a parlare di nazismo. I figli volevano sapere che cosa avevano fatto i genitori. Il professore di storia decise allora di farci ascoltare un discorso di Joseph Goebbels. A un tratto il ministro della Propaganda del Terzo Reich pronunciò il nome di Leni Riefenstahl. Fu un momento terribile e cominciai a pregare, disperato, che da quella bocca, davanti ai miei compagni, non uscisse anche il nome di mio padre». Non uscì, ma il tempo dell'innocenza era finito. La certezza arriva qualche anno dopo, «eppure prima di allora, prima di puntargli il dito contro, abbiamo viaggiato ancora tanto insieme. Nei primi anni Settanta siamo andati a Mosca. Se gli avessi chiesto se c'era mai stato prima, mi avrebbe risposto di sì, nel '39, per filmare il patto Ribbentrop-Molotov. Ma per chiedere bisogna sapere. E quando ormai, un'allusione dietro l'altra, la verità è venuta fuori – sì, ero il fotografo di Hitler – gli ho chiesto solo di confessare la sua complicità. Sei colpevole anche tu, hai lavorato per quegli assassini, come facevi a non sapere? Di fronte alle accuse, mio padre, come Leni Riefenstahl, ha sempre risposto nello stesso modo, negando ogni responsabilità. Inutile parlargli del ruolo della propaganda e di come quelle immagini, alcune così scandalosamente belle, avessero manipolato l'opinione di milioni di persone». «Io sono un artista – diceva – io non ho fatto la storia, io ho solo riprodotto la storia fatta da altri». Non ha mai cambiato idea. E neppure io. A cambiare, al massimo, sono state le domande. Una conversazione e non più un processo. Un giorno gli ho chiesto: «Perché fotografavi Hitler così bene, non vedevi la sua mediocrità?». E lui: «Cosa dovevo fare? Sapevo solo fotografare bene».
A fotografare bene, Walter Frentz, aveva imparato presto. A nove anni riceve la sua prima macchina fotografica. Un amore, che unirà al kayak. Il battesimo è sul fiume Nektar, nella sua città natale, Heilbronn. Durante un viaggio in Yugoslavia, a vent'anni, chiede a un amico di prestargli la sua cinepresa 16 mm. Le inquadrature, libere e acrobatiche lungo i corsi d'acqua, e le sequenze così moderne nei cambi di prospettiva entusiasmano i compagni e diventano poco dopo un film di straordinario successo.
Iscritto a ingegneria elettrotecnica a Berlino, ma appassionato di architettura, Frentz incontra Albert Speer, il futuro «architetto del diavolo». «Sarà lui, iscritto al partito nazista già nel 1931, a presentare mio padre a Leni Riefenstahl, in cerca di un bravo cameraman per il suo film sul congresso di Norimberga. E sarà ancora Speer ad aiutare mio padre dopo la guerra, questa volta con il suo silenzio». Nelle memorie scritte dal carcere di Spandau il nome di Walter Frentz non c'è.
Nel 1938, dopo il successo di Olympia, tocca alla Riefenstahl raccomandare il collega come fotografo del Quartiere generale. A gestire il colloquio è l'aiutante di Hitler, Wilhelm Brückner e «mio padre scherzando diceva di essere stato scelto solo per la sua altezza». Si comincia. Dall'alto del suo metro e novantaquattro, Frentz riprende l'ingresso trionfale di Hitler a Vienna e due anni dopo firma la sequenza che sconvolgerà il cuore della Germania. «Era il 17 giugno del 1940 e mio padre era nel bunker di Bruly-de-Pesche. A un tratto vide un ufficiale che arrivava trafelato. Cosa è successo? La Francia si è arresa. Un attimo dopo mio padre stava filmando l'annuncio a Hitler e Hitler sbattè un piede a terra e rideva e quasi ballava per la felicità. Più tardi Goebbels si chiese se fosse il caso di mostrare quelle immagini forse troppo spontanee. Alla fine accettò e il risultato lasciò tutti senza parole. I tedeschi andavano anche cinque, sei volte a vedere il notiziario, al cinema, pur di ammirare quella sequenza. Avevano scoperto il lato "umano" del loro Führer e ne erano affascinati».
Nessun cinegiornale tuttavia avrebbe mai proiettato quello che Frentz fotografò nell'estate dell'anno dopo. «Mio padre ormai seguiva Hitler ovunque, sul fronte di guerra, nel privato del Berghof e negli incontri con gli alleati. Resterà con lui, fedele, fino agli ultimi giorni». «Hitler si fidava di me», mi diceva. Ma la vita nella Tana del Lupo a volte era noiosa e quando il 14 agosto del 1941 si profilò la possibilità di un viaggio in Bielorussia, insieme a Himmler, mio padre chiese di unirsi al gruppo. Fu così che il 15 agosto assistette al massacro di Minsk. Decine di uomini trucidati. Mio padre, così mi ha sempre ripetuto, scattò una sola diapositiva a colori della strage. Tornato al bunker la mostrò a un ufficiale e la risposta non ammetteva replica: «Distruggila». Una settimana dopo, era il 21 agosto, mio padre festeggiava il suo trentaquattresimo compleanno e nel suo diario annotava: «Ho avuto l'onore di sedere accanto a Hitler». Il giorno seguente andò a fare kayak su un fiume e io credo, voglio credere, che abbia fatto ciò per rimuovere dalla mente l'orrore a cui aveva assistito». Il 25 agosto un documento attesta l'ingresso di Walter Frentz nelle SS, come SS-Untersturmführer, equivalente al suo grado di sotto tenente della Luftwaffe. «Trent'anni dopo David Irving venne a casa nostra per conoscere mio padre. Presero un aperitivo e dopo due bottiglie di vino bianco, a tarda sera, mio padre iniziò a parlare del massacro di Minsk e disse che quegli uomini erano tutti innocenti, "non erano partigiani e c'erano anche delle donne". Allora mia madre, che aveva sentito, gridò: "Walter, dì che non è vero. Non può essere vero"».
Era la verità, invece, «come erano veri i consigli che mio padre offriva a Eva Braun, appassionata di fotografia, e un giorno Eva lo pregò di ritrarla accanto al Führer e per mano tenevano le figlie di Herta Schneider, la sua migliore amica». Il 24 aprile del 1945, nel bunker di Berlino, la Braun chiede un ultimo piacere a Frentz, quello di portare in salvo alcune opere d'arte. «Hitler aveva deciso che mio padre, insieme al fratello di Bormann, avrebbe preso il suo aereo personale, il 2600, e sarebbe fuggito da Berlino. Mio padre salutò personalmente il Führer e una volta atterrato a Monaco si diresse al Berghof, con l'incarico di nascondere le foto di Eva Braun». Un anno dopo Frenzt viene arrestato dalle autorità americane, pochi mesi di prigione, quindi il rilascio perché «è solo un fotografo». Si ricomincia. Nel 1952 l'ex cameraman di Olympia filma le Olimpiadi di Helsinki. Nessuno ricorda il suo passato e nessuno può ricordare che Walter Frentz nel 1933, allora direttore generale dell'Associazione kayakisti tedeschi, vietò l'iscrizione agli ebrei. «Nel 1974, andai con mio padre a Cracovia per un documentario sull'architettura della Polonia. Un giorno, di sua iniziativa, decise di visitare Auschwitz. Rimanemmo in silenzio, sconvolti». Il padre sapeva. Il figlio non ancora.

All'interno di Domenica Il Sole24Ore altri articoli: "Indro Montanelli, dal Corriere al Cavaliere",
Restaurato il Raffaello preso a pugnalate", "Il Petruzzelli è finito ma la musica non ci entra",
"Egoismo, l'altra faccia dell'alpinismo", "Romania: un porno senza pregiudizi", "Hiroshige, il samurai che divenne pittore".

 

Shopping24