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Gesù, il bambino di Nazareth educato per cambiare il mondo. Capolavoro di Guido Chiesa

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Questo articolo è stato pubblicato il 03 novembre 2010 alle ore 18:36.

Ci voleva. Il Festival di Roma trova il riscatto da un'edizione deludente laddove, in questi anni, ha sempre piazzato la zampata. È il cinema italiano, infatti, con l'ultimo film in concorso a trovare un gioiello, il capolavoro di un regista capace e sensibile come Guido Chiesa. Anche nell'anno in cui Marco Mueller ha fatto razzia di titoli nostrani per la sua Venezia.
Ma «Io sono con te», uno dei più bei film degli ultimi anni, ha preso la strada di Roma (e con la stessa forza con cui giudichiamo gli errori, ci complimentiamo con Piera Detassis e i suoi per la scelta).

Eppure il soggetto era scivolosissimo, bisognava andare a curiosare nella storia di Maria di Nazareth e nell'infanzia spesso trascurata di suo figlio Gesù. Farlo, per di più, in lingua originale - fino ad arrivare ai saggi (tra cui scorgiamo Gifuni e Colangeli) che parlano in greco antico ad Erode (Carlo Cecchi) - è un esercizio di coraggio artistico al limite dell'incoscienza. E questo, va detto, a Chiesa non è mai mancato: da «Il partigiano Johnny» a «Lavorare con lentezza», passando per i documentari, il suo sguardo sulle cose non è mai stato banale, ha cercato sempre un angolo visuale diverso, possibile, originale. Qui compie, visto che siamo in tema, un miracolo.

Ci offre le icone principali del mondo occidentale e cattolico, la Madonna e Gesù Cristo, spoglie della loro divinità (se non in una velocissima ed essenziale Immacolata Concezione), in un film che non punta alla spiritualità piatta di tanti film religiosi, ma ad un alto esempio di cinematografia della pedagogia. L'intuizione geniale di Chiesa e dei suoi sceneggiatori (tra cui c'è la moglie e madre dei suoi tre figli Nicoletta Micheli, autrice anche del soggetto) è costruire un racconto esemplare di rapporto madre-figlio, uno sguardo sull'educazione e sull'evento fondante del Cristianesimo completamente diverso.

La Chiesa Cattolica sbaglierebbe a non abbracciare la (po)etica di un film del genere, ma allo stesso tempo ne viene messa profondamente in discussione. Perché il percorso del regista è rigoroso, ma rivoluzionario nel cercare il nocciolo di un rapporto familiare che, al di là delle interpretazioni, ha inevitabilmente cambiato il nostro mondo.

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Juliane Kohler, Leonardo Sprengler e Toni Servillo in una foto di scena del film ''Una vita tranquilla'' (Ansa)

La tranquillità di un cuoco e l'inquietudine di un killer nella maschera di Toni Servillo

Ancora una volta Toni Servillo fa da colonna portante di un film italiano di nuova generazione.

Tags Correlati: Carlo Cecchi | Chiesa cattolica | Cinema | Festival | Gesù Cristo | Guido Chiesa | Marco Mueller | Mohamed Idoudi | Nadia Khlifi | Nazareth | Nicoletta Micheli | Roma

 

Sceglie il viso (e soprattutto il sorriso) incredibilmente espressivo e luminoso di Nadia Khlifi per interpretare Maria giovane (e Rabeb Srairi per lei adulta), sceglie il piccolo Mohamed Idoudi per quel piccolo e vivace bambino che risponde al nome di Gesù. La divinità, se c'è, è tutta in Maria, lei ha intuizioni che impone con gentile fermezza, lei riesce a crescere quel bimbo speciale e subito perseguitato - da Erode alla sua stessa famiglia - con una fiducia totale e una serenità meravigliosa.

E allora il figlio di Dio diventa semplicemente un bimbo a cui l'educazione materna - e la saggia accondiscendenza paterna - regala una consapevolezza, una forza, una caparbietà morale e intellettuale che lo rendono, forse, superiore agli altri e, quindi, un leader autorevole e illuminato.

E, a differenza della nostra Chiesa, questo Gesù espone la sua divinità, presunta o reale, esercitando con tenacia il dubbio, mettendo in discussione ogni dogma: esattamente il sentiero opposto che ora prendono coloro che ora lo rappresentano, quelli per cui è morto. «Io sono con te», che in sala uscirà il 19 novembre, si ferma alle soglie dell'adolescenza di Gesù, ma forse ci dice più di qualsiasi vangelo o libro di storia. Ci dice che il libero arbitrio, unico valore assoluto dei nostri tempi, valido per i laici come i religiosi, è il più potente dei motori spirituali, materiali, nobilmente politici e individuali.

Un bambino educato al coraggio di essere se stesso, può cambiare il mondo. E un film che ha il coraggio di infilarsi in una storia così e di entrare nel nostro cuore, nella nostra anima e nel nostro cervello in questa maniera, forse può farlo, nel suo piccolo.

Dimenticavamo una cosa importante: il film è girato bene e scritto meglio. E ha delle battute che potrebbero rimanere cult, sorta di nuovi, ironici comandamenti. Da «Il signore ha creato le madri perché non può essere dappertutto» a «per comprendere una vita, bisogna conoscere l'inizio».

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