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Lietta Tornabuoni, dama di prima fila tra critica e cronaca

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Questo articolo è stato pubblicato il 11 gennaio 2011 alle ore 15:58.

All'anagrafe faceva semplicemente Giulietta. Era in realtà discendente di Lucrezia, la madre di Lorenzo il Magnifico e di una una famiglia che ha segnato la storia toscana e il Rinascimento italiano, Lietta Tornabuoni. Il prossimo 24 marzo avrebbe compiuto 80 anni . Per gli appassionati di cinema resta come una di quelle figure che sembrano esistite da sempre e che sarà difficile non vedere, accucciata nel suo posto in prima fila, a tutte le proiezioni per la stampa dei film che verranno. Di lei restano certamente la grande curiosità per l'arte, il mestiere, la forte onestà intellettuale che la hanno accompagnata nei lunghi anni di militanza come critico cinematografico del quotidiano "La Stampa".

Toscanaccia
Toscanaccia nel gusto della battuta ma severa prima di tutto con se stessa (retaggio della famiglia di militari in cui era cresciuta) aveva confidenza con l'arte fin da piccola, assecondando la passione del fratello Lorenzo, più giovane di tre anni, che occupa la scena del figurativismo e della pittura italiana fin dagli anni '60. Lietta scelse invece la via della
scrittura dopo il matrimonio che la portò appena diciottenne a Roma dove cominciò a scrivere, nel 1949 per «Noi Donne», il settimanale dell'Unione Donne Italiane. I successivi passaggi nelle redazioni di «Novella», «Espresso», «Europeo» forgiarono la sua passione per il giornalismo d'inchiesta e d'opinione regalandole il gusto per il lavoro ben fatto, la meticolosità dell'informazione, la sintesi fulminante del giudizio e dell'opinione. Approdò a «La Stampa» nel 1970 e nel tempio del giornalismo sabaudo è rimasta tutta la vita con una breve parentesi di tre anni al «Corriere della Sera». Sono proprio le sue recensioni cinematografiche per «La Stampa» ad averla resa popolare tra i lettori: modello di una critica militante e puntigliosa che traduceva volentieri, come un vero soldato, anche per i settimanali suggerimenti del fine settimana, amatissimi dai lettori in cerca di un buon film da vedere. Di questo autentico «servizio al lettore» si trova eco, fin dalla metà degli anni '90, nell'annuale appuntamento in libreria con i suoi volumi «Al cinema» che raccoglievano le migliori recensioni dell'anno.

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Tags Correlati: Album di famiglia della | Alessandra Levantesi | Cinecittà | Cinema | Clint Eastwood | Italia | Lietta Tornabuoni | Lorenzo il Magnifico | Natalia Aspesi | Unione Donne Italiane

 

Tra cinema e cronaca
Lietta però scriveva volentieri anche di cronaca, di costume, di mutamenti della società tanto è vero che il suo libro forse più bello resta «Sorelle d'Italia», mentre restano memorabili i suoi «ritratti» della grande famiglia del cinema racchiusi in volumi come «Era Cinecittà» o «Album di famiglia della tv». Le piacevano le interviste, autentici «schizzi» da pittrice delle
parole, con cui fissava idee, gesti, attitudini dei grandi incontrati nel corso della professione; ai festival, dove per anni ha fatto «coppia fissa» con Natalia Aspesi e poi con Alessandra Levantesi, non si faceva mai problemi ad alternare il mestiere del critico con quello del «cronachista», sempre capace di mettere in un articolo il sale dell'osservazione acuta e
dell'intuizione su un carattere. Indimenticabile il suo sodalizio letterario con Oreste del Buono, amico e collega con cui divideva il disincanto sull'umanità e l'umanità dei
sentimenti. È stata «in servizio» fino all'ultimo giorno: nonostante il malore che l'aveva colta a una proiezione lo scorso dicembre, i suoi articoli sono apparsi sulle pagine de «La Stampa» fino all'appassionata recensione dell'ultimo film di Clint Eastwood, «Hereafter», forse non per caso dedicato al mistero della vita oltre la morte. Occhi mobilissimi, battuta
pronta, sorriso distante, Lietta Tornabuoni rimane una «gran dama» del nostro giornalismo e del cinema, pudica e appartata nel privato quanto coraggiosa e decisa nelle scelte pubbliche. (S.Bio.)

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