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Essere all'altezza, «Il discorso del re» è la lotta personale contro le inadeguatezze

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Questo articolo è stato pubblicato il 30 gennaio 2011 alle ore 08:24.

Colin Firth è il duca di York quando viene incaricato da suo padre Giorgio V di tenere nello stadio di Wembley un discorso inaugurale. Ma è l'intero paese che è in ascolto, grazie all'invenzione della radio. Colin Firth sale le scale della tribuna, con accanto sua moglie, Helena Bonham Carter. Si ferma davanti al microfono, pronuncia le prime parole e poi non riesce ad andare avanti, tra l'imbarazzo di tutti. Il problema è che il futuro re Giorgio VI è balbuziente. Le sue parole si bloccano tra le corde vocali e la lingua, ogni volta che l'emotività lo assale.

Il film è cadenzato da altri due discorsi: quello del fratello del duca, che annuncia alla radio la sua abdicazione per sposare una pluridivorziata americana; fatto che sarebbe del tutto sconveniente per un re. Siamo alla fine degli anni Trenta, e la parola "sconveniente" è applicata ancora in modo meticoloso. Infine, ci sarà «il discorso del re», toccante e affaticato, che annuncia al popolo inglese l'inevitabile dichiarazione di guerra alla Germania e l'inizio della Seconda guerra mondiale.

Il regista Tom Hooper, che aveva diretto la miniserie Elizabeth con Helen Mirren, e quindi si candida a titolare di atmosfere regali, confeziona un film costruito intorno al problema della parola; scelta non facile, resa morbida da una storia semplice e di impianto classico, che sceglie di concentrarsi interamente sul piano privato e intanto fa sentire il vento impetuoso della Storia, lì fuori, che sta arrivando a colpire in pieno l'Europa. È la forza che hanno alcuni film di questi anni, che affrontano in modo frontale alcuni grandi personaggi, raccontandone un segmento preciso, un tempo limitato ma decisivo. Valgano per tutti gli esempi di The Queen e Frost/Nixon.

Ma, a parte l'interesse per gli accadimenti della Storia, perché ci importa delle vicende di Colin Firth, del tentativo di combattere la sua balbuzie? Cosa ci commuove nel suo cammino? Ecco cosa: la sua gigantesca inadeguatezza al ruolo che gli spetta. La balbuzie è l'incapacità di quest'uomo di essere adeguato a ciò che dovrebbe essere; la conseguenza del suo complesso di inferiorità nei confronti del padre, di suo fratello maggiore. Alla fine – ed è per questo che la sceneggiatura di David Seidler si concentra tutta sui rapporti privati – ciò che importa, ciò che è decisivo, per un (aspirante) re o per ogni spettatore in sala, è la capacità di lottare (o di soccombere) contro le forze pur benevole dell'origine, per costruirsi una personalità sufficiente per affrontare la vita. Spesso, poi, la vita consiste interamente in questa lotta. Quella di Giorgio VI sembra compiersi, con sollievo di tutti noi, al limite massimo di tempo in cui sarà il suo paese a dover affrontare una prova durissima; e infatti riuscirà a diventare il simbolo della resistenza e della libertà da riconquistare.

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Scopriremo un po' di tempo dopo che quel giorno, a Wembley, era presente il logopedista che sta cercando di curarlo in modo antiaccademico, affrontando le sue debolezze ancor più della corretta emissione della voce. Si chiama Lionel Logue (è un simpatico Geoffrey Rush) ed era allo stadio con suo figlio; nell'imbarazzo generale, suo figlio gli sussurrò: perché non gli dai una mano? Ed è per questo che Logue non ha intenzione di mollare fino al raggiungimento del risultato pieno, che ritiene possibile proprio perché ha capito che la questione riguarda la capacità di diventare un essere umano autonomo.

Per questo, al netto di ogni altra cosa, Il discorso del re è la storia di un'amicizia. Se infatti si prova a chiudere gli occhi e a immaginare Giorgio VI e Lionel Logue come due adolescenti, ci si ritrova senza esitazione in una storia dickensiana di formazione in cui l'incontro con il primo amico fa scoprire non soltanto un mondo nuovo lì fuori, ma anche l'impressionante e naturale verità di essere in possesso di una personalità. Quindi davvero Il discorso del re può essere letto come la storia adolescenziale di un'amicizia che libera dai complessi e dalle pressioni della famiglia; solo vissuta da adulti. Del resto, Logue è soltanto un attore fallito che ha cominciato ad aiutare le persone; non potrebbe esercitare la professione di logopedista. E volete che un re non sia, soprattutto, un adolescente (mai) cresciuto? Così il film riesce in fondo a raccontare ciò che è più confortante per gli spettatori che lo hanno amato: quando bisogna essere per forza all'altezza, si è all'altezza.

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