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Questo articolo è stato pubblicato il 10 aprile 2011 alle ore 08:20.

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È una cartolina ribelle l'immagine che Antonia S. Byatt ha di Venezia. La ricorda autunnale, ventosa, umida e comunque indimenticabile. «Amo questa città. La mia casa editrice italiana, l'Einaudi, organizzò una magica conferenza in novembre. Era bellissimo». L'autrice di Possessione. Una storia romantica (Einaudi, 1992), con cui vinse il Booker Prize nel 1990, parteciperà alla manifestazione Incroci di civiltà dal 13 al 16 aprile nella città lagunare, in cui poi si fermerà un paio di settimane. «Voglio andare soprattutto nei musei e in particolare al Guggenheim, perché il mio prossimo romanzo è sui surrealisti». La letteratura di Byatt è da sempre intrecciata alle arti visive, spesso anche per rivendicare la superiorità del ritratto creato a parole sul dipinto, come spiega nello smilzo ma incisivo Ritratti in letteratura (Archinto, 2004). L'autrice ritrova anche solamente in particolari apparentemente laterali la forza che spinge la mente al ricamo puntuto di un volto, un corpo, un paesaggio che diventa indelebile.
A Venezia la scrittrice chiederà ancora di svelare fianchi inediti: «Non sono sicura se oserei ambientare un romanzo qui. Non mi piace scrivere con un tono da turista. Il tempo, anche se limitato, del soggiorno mi darà però la sicurezza per stendere almeno una storia, ma dovrei conoscere veneziani autentici. Tra l'altro voglio sfogare la mia passione per i vetri». E il titolo del suo incontro veneziano Oro, argento, zucchero e ghiaccio richiama il libro pubblicato in Italia nel 2000 Zucchero, ghiaccio, vetro filato (Einaudi), che potrebbe far pensare all'arte di Murano. A dispetto del l'allusione, quest'ultima è una raccolta di racconti che conferma il legame dell'autrice alle suggestioni pittoriche, di Van Gogh in particolare, ma la cui centralità è affidata a situazioni, in questo caso dichiaratamente autobiografiche, che ricorrono in tutte le sue opere: amore, solitudine, difficoltà, tranelli, tradimenti, componenti fiabesche. Ed è grazie a questi spunti universali che epopee ambientate nel passato piuttosto remoto, thriller romantici e detective story a sfondo vittoriano hanno così tanto successo nella cultura odierna, basata sulla tv e i social network. «Penso che ci siano archetipi narrativi vincenti in tutti i tipi di società: la ricerca, due amanti separati, la lotta contro il tempo. Quando ho scritto Possessione ho scelto consapevolmente una storia forte. Sono stata molto influenzata da Il nome della rosa di Umberto Eco. Sono convinta che se il canovaccio è attraente, i lettori si interessano naturalmente alla storia, anche arcana.
L'idea originale di Possessione si avvicina molto ai romanzi di Virginia Woolf, con i lettori che indovinano il passato attraverso gli scritti di personaggi del presente. Sono sicura che si potranno inventare nuove forme di letteratura usando i social network e la tv, ma non credo di essere in grado di scriverle io. Sono allergica a Facebook e Twitter e sono gelosissima della mia privacy». Già nel 2007, quando ancora i social network non avevano la "responsabilità politica" nell'espansione delle rivolte del Nord Africa – che Byatt definisce eccitanti e terrorizzanti assieme, nella gioia della liberazione e nei lati oscuri della violenza – la scrittrice aveva preconizzato sulla rivista inglese «Prospect» per il XXI secolo una sorta di «populismo del consenso», di dittatura dei blog, siti web e focus group.
Tuttavia a leggere le opere di Byatt sono anche gli affezionati della rete, poiché l'autrice attira tipologie trasversali, dal lettore sporadico a quello incallito, come se ci fosse una doppia lente di lettura che aggancia la cerchia dei raffinati e un bacino più ampio di ammiratori. «Nessuno poteva essere più sorpreso di me del successo dei miei libri e in paesi tanto diversi. Ho incontrato grossissime difficoltà a trovare una casa editrice americana per Possessione. Ho conservato diverse lettere in cui gli editori mi rivelavano il proprio entusiasmo assieme alla certezza che non avrei venduto una copia. Gli editori inglesi invece cercavano di convincermi a eliminare i versi e alcune forme letterarie vittoriane.
Così furono tutti molto sorpresi quando il libro ebbe quell'impatto sul pubblico e continuava a essere ristampato. Lo stesso accadde per Il libro dei bambini (Einaudi, 2010), diventato un bestseller. La gente desidera leggere di cose che ama, per esempio di ceramica, o una storia intrigante. La mia ricetta è scrivere per un lettore ben preciso: me stessa». Il libro dei bambini racconta di un gruppo di artisti, alcuni di essi ceramisti, che fuggono tra la fine dell'Ottocento e gli inizi del Novecento dalla Londra industriale nella provincia per dedicarsi alle arti applicate. Attraverso la loro storia passa lo sfacelo della Prima guerra mondiale, la decapitazione di una generazione, l'imbarbarimento collettivo nello svanire della bellezza. Una sfumatura che ricorda molto l'attualità, priva dello sterile vagheggiamento per il buon tempo passato, secondo la lezione appresa dalla maestra George Eliot. «Eliot disse anche che aveva bisogno di idee chiare e distinte e di conoscere il nome delle cose. Quando lessi queste parole capii che era vero anche per me. Credo sia questa la ragione che mi ha spinto a interessarmi di botanica, entomologia e di neuroscienze. Penso che sia giusto esplorare tutti gli aspetti del mondo e non solo le nostre emozioni. Metà di me rimpiange di non essere stata una scienziata».

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