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Questo articolo è stato pubblicato il 28 agosto 2011 alle ore 08:16.

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La tradizione dominante della filosofia accademica nel mondo anglosassone è nota come filosofia "analitica". Si tratta di una tradizione difficile da definire precisamente, anche se i lettori avveduti la riconosceranno a prima vista: essa tende a considerare la filosofia come una serie di problemi, più che come una serie di testi, tende a rinvenire un rapporto stretto tra la filosofia e la scienza naturale e a formulare le sue teorie e le sue argomentazioni con una chiarezza logica precisa fino alla pedanteria.
Alcuni dei filosofi più importanti di questa tradizione sono Bertrand Russell, Gottlob Frege, Ludwig Wittgenstein, Willard Van Orman Quine, Saul Kripke e David Lewis.
La filosofia analitica ha riscosso tanto successo che nelle università statunitensi e britanniche si può considerare come "la filosofia" e il suo aggettivo, "analitica" è divenuto superfluo. Essa ha aumentato la propria influenza anche nell'Europa continentale, in particolare in Germania e nell'Europa centrale. A oggi la Società tedesca di filosofia analitica ha quasi lo stesso numero di membri della Deutsche Gesellschaft für Philosophie, dedicata allo studio della tradizione continentale.
La mole dell'imminente 7º Congresso europeo di filosofia a Milano – sono attese diverse centinaia di delegati – è un segnale della crescente popolarità di questo tipo di filosofia.
Contrariamente a quanto sostengono alcuni dei suoi detrattori, la filosofia analitica non attiene solamente a questioni di logica e scienza. I filosofi analitici discutono questioni di valori etici e politici, specialmente negli Stati Uniti e lo studio della mente è sempre stato al centro degli interessi, fin dall'opera di Bertrand Russell su giudizio, credenza e conoscenza.
I filosofi analitici hanno inteso avvicinarsi allo studio della mente attraverso lo studio del linguaggio. Per studiare il fenomeno della credenza, ad esempio, hanno guardato ai modi in cui noi parliamo di credenze, così come alla logica e alle altre proprietà del nostro discorso, questo perché tendevano ad approcciare diverse questioni attraverso lo studio del linguaggio.
Ci fu, ad esempio, un periodo negli anni Cinquanta in cui i filosofi analitici hanno visto se stessi come analizzatori di concetti; e se si vuole analizzare il concetto di tempo, di causa o di legge, è ragionevole pensare che il primo luogo da considerare sia il come noi usiamo i termini «tempo», «causa» e «legge», al fine di estrarre i loro significati. C'è tuttavia un ulteriore motivo per cui i filosofi analitici hanno approcciato lo studio della mente via linguaggio ed esso deriva da un lato dall'influenza di Wittgenstein e dall'altro dalla psicologia comportamentista.

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