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Questo articolo è stato pubblicato il 29 agosto 2011 alle ore 17:36.

«Sconfiggeremo la morte» aveva promesso Adolf Hitler congedandosi da Eva Braun in Moloch (1999) di Aleksandr Sokurov. Ma né il Führer interpretato da Leonid Mozgovoi, né il Lenin (sempre Mozgovoi) di Taurus (2001), né l'imperatore Hirohito di Il sole (2005) erano riusciti a ottenere l'immortalità. Umani, troppo umani, erano i protagonisti di quella che si pensava una trilogia sulla follia del potere.

E invece il regista russo presenta l'8 settembre in concorso alla 68ª Mostra del cinema di Venezia un ulteriore capitolo di quella che è diventata una tetralogia: il Faust, la cui sete di conoscenza trasforma l'individuo in una figura mefistofelica. Sembra ci sia uno iato tra quest'ultima opera e i film precedenti, che per quanto si distaccassero dalla biografia dei dittatori, comunque tratteggiavano figure realmente esistite. «Credo che tutti i protagonisti della tetralogia sul potere siano personaggi di fantasia - precisa Sokurov -. Sono "veri" solo in parte e possono essere associati ai loro modelli storici, realmente esistiti, sempre solo in parte. Volendo, poi, anche Faust aveva un suo prototipo storico, un certo Georg Faust, vissuto nel Medioevo».

»I miei film, parlo della tetralogia ma forse anche degli altri, sono delle favole. Non cerco di trovare la verità o di seguire una precisa linea storica. Sono una libera invenzione artistica, una riflessione sulla felicità e sull'infelicità, sulle tentazioni e sul degradarsi dell'uomo quando si carica sulle sue spallucce deboli un peso troppo grande, troppo greve. Sono favole che riguardano quella difficoltà immensa di definire un confine tra l'abiezione e la bontà. E in questo senso il Faust è mitologico nella stessa misura in cui lo è un "Hitler-Lenin". Ma a differenza dei personaggi del XX secolo Faust può essere immaginato come uomo con maggior facilità. Il potere non è divino, è una routine ed è anche mediocre perché non ha mai saputo confessarsi».

Ma a che punto l'ambizione si trasforma in uno strumento del male? «Quando l'uomo capisce che raggiungere lo scopo coi mezzi comuni e usuali è impossibile, comprende che può oltrepassare le norme etiche e che non ci sarà una punizione per quello che fa. Poiché nella vita della maggior parte delle persone succede proprio così: i delitti rimangono impuniti, senza castigo; allora quella gente non si vergogna più della scelta dei mezzi». Quindi anche la finanza spregiudicata, che ha messo in ginocchio l'economia mondiale... «La finanza in sé non è il vero male. Il danaro è solo uno strumento. La vera malattia, il vero male del nostro tempo è il progresso».

In effetti molte sue opere, come L'arca russa (2002), rievocano una forte nostalgia del passato pre-sovietico, che Sokurov poteva aver vissuto solo nei racconti dei padri. Ha presto però assaggiato la scure del regime sotto cui è nato nel '52, visto che i suoi documentari vennero proibiti in patria perché ritenuti antisovietici, e ha vissuto indirettamente l'esilio cui è stato costretto l'amico Andrej Tarkovskij. Una frattura con la terra natia che sembrerebbe ormai sanata. L'onnipresente Vladimir Putin avrebbe detto di tenere al film quale espressione dell'ingegno russo. Sebbene sia stato girato per lo più a Praga, con molti attori tedeschi e basato su due libri di autori tedeschi.

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