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Questo articolo è stato pubblicato il 18 aprile 2012 alle ore 11:12.

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Jose Marie mi corregge quando parlo di Josephine come del personaggio più noto nel cimitero: «Il più famoso è Léo Ferré», dice. E mi porta nell'area ex protestante a vedere la tomba del poeta, scrittore e cantautore anarchico. Sottolinea che si tratta d'un vero monegasco e che lo vedeva per le vie della città «col suo grande cappello bianco». Figlio di un direttore del personale del casinò e di una sartina d'origine italiana, autore di canzoni militanti come Allende, Ferré è ricordato per classici meno engagé come Les amantes (cantata da Edith Piaf) e la malinconica Avec les temps, interpretata da Dalida e da Battiato.

La città-Stato che si trova a 14 chilometri da Ventimiglia e a 18 da Nizza, sospesa tra Italia e Francia ma più influenzata da quest'ultima a partire dalla lingua ufficiale, si è rinnovata e continua a essere una meta d'élite a dispetto delle cicliche crisi economiche mondiali. La vita notturna è ancora movimentata soprattutto al porto, rilanciato ultimamente e con molti locali come la Brasserie Monaco, birrificio con ottima bière blanche che va soprattutto tra i più giovani. Vanno anche il Buddha Bar, lounge-bar e ristorante, o lo storico Jimmy'z, sulla place du Casino, che ora ha la pagina Facebook. Monaco persiste e si rilancia come luogo del lusso. Nel porto i grandi yacht sfoggiano piccoli elicotteri sui ponti (alla faccia del caro-benzina) e sono poche le vele. Le Ferrari rombano ovunque pur muovendosi a velocità limitata a causa della viabilità problematica. I prezzi delle camere d'albergo – complice il casinò – sono sempre alle stelle e al ristorante dell'hotel de Paris si è messo in cattedra lo chef Alain Ducasse.

Il cimitero di avenue Pasteur sembra in contrasto con lo scintillio frivolo del lusso, della mondanità e della moda. Ma in fondo sarebbe una constatazione banale. La morte livella, ma fino a un certo punto. La tomba-piramide di due visconti francesi – marito e moglie -, l'immensa cappella di una famiglia inglese, con portale in bronzo dove sono scolpiti 150 angeli tutti diversi, il simbolo del pipistrello che si può vedere sulla tomba del fondatore della Bacardi, esule dopo la vittoria della rivoluzione castrista, mostrano la natura elitaria del piccolo regno. Democraticamente lo scrittore inglese Anthony Burgess, autore di Arancia meccanica, morto nel ‘93, anno in cui il principato è entrato nell'Onu, occupa un loculo cinerario semplicissimo. Sotto al nome l'enigmatica scritta Abba Abba. È il titolo del suo 22esimo romanzo, edito in Italia da Robin e ambientato in una Roma dove s'incontrano il poeta John Keats, Gioacchino Belli e una Paolina Bonaparte, lasciva come nella scultura lasciva dal Canova. Abba Abba è la sequenza di rime del sonetto, la forma in cui il Belli ravvisa il canone universale della poesia. La cifra poetica di Dio. Una citazione che, come professione di fede, vale più d'una croce.

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