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Questo articolo è stato pubblicato il 09 luglio 2012 alle ore 11:51.

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All'inizio furono i forchettoni. Poi arrivarono i politicanti, i maneggioni, i ricattatori e persino i pendagli da forca. E alla fine si presentò Beppe Grillo che se li mangiò tutti. La vicenda dell'antipolitica italiana in età repubblicana è la storia in crescendo di un'entità aliena che fin dai primi anni del secondo dopoguerra cova dentro gli stessi partiti, in particolare quelli di opposizione.

Ne alimenta il linguaggio pubblico e le rappresentazioni dell'avversario, si impossessa degli slogan e delle immagini più evocative. Viene nutrita e coccolata come un potente strumento di propaganda, nella convinzione che gli argini ancora solidi delle ideologie possano trattenerne la forza distruttiva. Ma quando quegli argini crollano, come accade già nei primi anni Novanta, l'entità dilaga e devasta i corpi nei quali è cresciuta. Camminando con le proprie gambe, dove capita di pestare e dov'è più facile far danni. Fino a trionfare in questo finale di partita della Seconda Repubblica, nata dal disprezzo dei vecchi partiti e avviata a concludersi nel discredito dei nuovi.

"Forchettoni" erano naturalmente i democristiani, secondo la campagna elettorale del Pci del 1953: la Dc era il "partito della greppia" e l'attività principale della politica di governo era assicurarsi alimenti abbondanti alla tavola della cosa pubblica. Una rappresentazione a cui i comunisti di Palmiro Togliatti attinsero negli anni più duri della guerra fredda. Quando il conflitto politico era totalizzante, il confronto di visioni non era solo sull'Italia ma sul mondo e la richiesta di militanza era integrale su entrambi i fronti. Germi di antipolitica negli anni della massima politicizzazione, in un paradosso solo apparente. Perché, come ha scritto lo storico Salvatore Lupo in Partito e antipartito (Donzelli, 2004), una delle costanti italiane è «l'intreccio tra iper-politica e antipolitica, tra iper-partito e antipartito». Un groviglio che negli stessi anni del secondo dopoguerra afferra anche altri avversari del potere democristiano, collocati sul fronte opposto al Pci. Quel super-partito neofascista nato dalla sconfitta di Salò e nel quale, scrive ancora Lupo, «fu sempre latente la contraddizione della cultura del fascismo tra l'idea di politica come religione della patria e il disprezzo per il ‘politicantismo'». Nelle parole del 1949 di Alfredo Cucco, già federale palermitano e vicesegretario del Pnf prima di ricoprire un ruolo di primissimo piano nel Movimento sociale: «Giovani di oggi e di domani, diffidate della politica attiva! Ripudiate il politicantismo. Siate uomini di fede, di fede nell'Ideale, di fede nella patria ma – guardatevene bene! – non siate uomini di partito».

Che fossero "forchettoni" o "politicanti" i nemici di Pci e Msi, il recinto ideologico dentro il quale i toni antipolitici venivano utilizzati da quelle due culture anti-sistema fu per lungo tempo solido abbastanza da contenere ogni possibile effetto autodistruttivo. Finché comunismo e neofascismo restarono narrazioni robuste e capaci di spiegare il mondo ai propri militanti, fu possibile indulgere qua e là nell'utilizzo di rappresentazioni demonizzanti degli avversari senza temere contraccolpi sulla nobiltà e sulla forza della propria vocazione politica. Contraccolpi che invece si fecero sentire insieme alle prime crepe di quegli edifici ideologici, come accadde al Pci berlingueriano alla fine degli anni Settanta. Da un lato l'indebolirsi del potere evocativo del modello sovietico, dall'altro la crisi della strategia di solidarietà nazionale spinsero i comunisti italiani a rintanarsi dentro un'autosufficienza moralistica che si alimentava di toni sempre più antipolitici.

Come accadde soprattutto nella reazione all'incalzare della competizione socialista, che fu letta come la manifestazione più acuta e riprovevole di una degenerazione più ampia della politica repubblicana (dalla quale si salvava solo il Pci). Nelle note che Tonino Tatò inviava quasi quotidianamente a Enrico Berlinguer possiamo leggere nel 1978 una descrizione di Bettino Craxi come di «un avventuriero, anzi un avventurista, uno spregiudicato calcolatore del proprio esclusivo tornaconto, un abile maneggione e ricattatore, un figuro moralmente miserevole e squallido […] un personaggio quale ancora non si era visto in più di 30 anni di vita democratica, un bandito politico di alto livello […] un portato della decadenza della nostra vita pubblica, un segno dell'inquinamento esteso del nostro personale politico» (Caro Berlinguer, Einaudi, 2003).

Nella rappresentazione del Pci berlingueriano il "bandito Craxi" era la punta di un sistema ormai decomposto, che ben oltre i confini del Psi coinvolgeva l'intero sistema dei partiti repubblicani. Un'immagine che lo stesso Berlinguer, nella celebre intervista a Scalfari del luglio 1981, avrebbe chiarito in via definitiva: i partiti come «macchine di potere e di clientela, con scarsa o mistificata conoscenza dei problemi della gente, ideali pochi, sentimenti e passione civile zero […] gestiscono interessi, talvolta anche loschi, e non sono più organizzatori del popolo […] federazioni di camarille, con un boss e dei sotto-boss».

A difendere il Pci dalla contaminazione partitica, nel finale della leadership berlingueriana, bastava la "diversità morale". Quella rivendicazione di un'etica superiore consolò e accompagnò i comunisti nell'isolamento in cui si chiusero per buona parte degli anni Ottanta. Ma fu ben poca cosa dinanzi all'esplosione della crisi terminale del comunismo, dopo la quale non bastò più dirsi diversi e superiori per conservare il proprio territorio. Il partito nato dal Pci rientrava nel gioco repubblicano, ma senza la corazza ideologica del comunismo e con il peso di una retorica anti-partitica che aveva ormai modellato la visuale di tanti militanti ed elettori per i quali i partiti restavano tutti, tranne il proprio, luoghi di immoralità e malaffare. Per gli ex missini non andò molto diversamente, pur con ogni possibile differenza ideologica. La spinta per l'uscita dall'emarginazione politica venne da Tangentopoli, perché l'essere rimasti per decenni ai margini del potere garantì un'immagine di candore che fu per Fini il carburante necessario a lasciarsi alle spalle il peso del neofascismo.

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