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Questo articolo è stato pubblicato il 01 settembre 2012 alle ore 10:29.

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RaminBahrani e Hallie Elizaberh Newton per il film in concorso "At any price"RaminBahrani e Hallie Elizaberh Newton per il film in concorso "At any price"

E forse questo festival era davvero un diesel, visto che si infiamma nel prefestivo, grazie a uno splendido Spike Lee su Michael Jackson fuori concorso, ma anche dando una spinta alla competizione per il Leone d'Oro, con At any price di Ramin Bahrani. Tante sorprese interessanti in questo film che ci porta nel Midwest americano per perderci nei campi di grano che, a dispetto del loro aspetto apparentemente innocuo, possono muovere emozioni colossali come il denaro che serve a mantenerli e aumentarli (espandi o muori, è lo slogan che ci si sente ripetere spesso nel film).

Perché quella coltivazione, in certe parti del mondo e soprattutto d'America, vale oro, soprattutto per chi accumula acri e rivende semi OGM. Geniale e sorprendente l'idea di raccontare una saga familiare e rurale attraverso l'esigenza di macinare soldi e potere, anche se questo vuol dire distruggere valori, sentimenti e anche qualcosa in più.

Quasi un thriller questo At any price che trova due sorprendenti performance: quella di Zac Efron, qui sorta di giovanissimo Paul Newman, e quella di Dennis Quaid, mai così in forma dai tempi de L'alba del giorno dopo, perfetto nella parte dell'erede un po' Erode di una dinastia schiacciata dalla modernità, dal mancato interesse dei figli per un'attività che nella sua famiglia si son passati per almeno quattro generazioni, da un padre cinico e avido che di fronte al nipote in ospedale, pensa solo al buon nome dell'azienda. Quaid ha due figli: Grant, bravissimo nel vendere semi e coltivare grano, ma partito alla ricerca di sé scalando vette e facendo viaggi avventurosi, e Dean, pilota provetto e non affezionato all'attività del genitore. Tutto normale, quasi banale sembrerebbe. Eppure Bahrani ci fa entrare piano, inesorabilmente, in questo mondo che ha visto le multinazionali prendere in ostaggio famiglie e contee, rilanciando co ancora più arroganza la loro strategia di potere con gli OGM. "Perché questi- dice Henry Whipple (Quaid, appunto)- non brevettano una cosa, ma la vita".

Una ragnatela di drammi e rabbie si dipanano insieme alla quotidianità, ad uomini aridi si contrappongono donne di spessore: la giovane Maika Monroe, ragazza di Dean, Kim Dickens, moglie di Henry (bravissima nella scena chiave), e un'ancora bellissima Heather Graham, imprigionata da questi luoghi desolanti- per le opportunità alternative che offrono- e da una relazione pericolosa con la famiglia protagonista. Bahrani tira le fila di questa storia perfettamente, facendoci entrare in tutti i rivoli della trama con la naturalezza con cui si metton su le tessere del domino per poi, con un piccolo colpo di dito, buttarle giù. E non c'è catarsi o consolazione, ma solo un inesorabile immutabilità in quest'America profonda e sprofondata nel suo finto sogno di successo. Un bel racconto questo di Bahrani, ben girato e appassionante, che non ha bisogno di rivoluzioni estetiche- anzi, lo stile è lineare e classico- perché è nel contenuto che non si concede cedimenti. Fino a quella scena finale, la "Giornata Clienti Contenti", che sancisce una lealtà- valore più volte ricordato a sproposito nel film- decisamente perversa a cose, persone e (dis)valori.

Non molto diversi, in fondo, almeno nel fondamento morale, sono anche due film italiani molto applauditi in questi giorni. Partiamo con Orizzonti, in cui Ivano De Matteo ha presentato Gli equilibristi, storia di un marito (Valerio Mastandrea) che perde la moglie per una scappatella e scopre, sulla sua pelle, che questo non è un paese per poveri. In una Roma inospitale cerca lavori per alimenti e spese familiari, si riduce a vivere in una pensione, precipità in un vortice di miseria che lo annichilisce, materialmente e umanamente. De Matteo ce lo mostra nei dettagli e, anche se con qualche rigidità estetica ed etica, sa portarci all'inferno con Mastandrea. Una prestazione superlativa quella dell'attore romano, peraltro, proprio per aver evitato retorica e patetismi, scegliendo invece di mettere in scena l'affanno di chi non può farcela, soprattutto attraverso piccoli grandi dettagli.

Nessuna catarsi, infine, anche ne La città ideale. E questo en plein, nel cinema moderno ossessionato dal buonismo e dal lieto fine, assume i caratteri di un piccolo miracolo. Luigi Lo Cascio porta il suo esordio da regista alla Settimana della Critica raccontando un'ecologista che sfiora il "fondamentalismo" (vuole vivere in assoluta autosufficienza almeno per un anno) e che precifita in un gorgo kafkiano. Ma, a dirla tutta, qui troviamo anche Buzzati- con ispirazioni che sembrano venire anche da Petri, Polanski e Sciascia- e a parte gli applausi durati diversi minuti, il risultato è buono. Questo nonostante alcuni passaggi a vuoto: il personaggio della madre, alcuni inserti onirici, certe riflessioni insistite: il film andrebbe rimontato per arrivare a 90 minuti serrati. L'opera prima di Luigi Lo Cascio piace per la rottura di certi stereotipi politicamente corretti- per dirne uno: Siena come simbolo, città ideale che si chiude a riccio ed "espelle" il palermitano idealista perché diverso, ingenuo, puro- e per la volontà di andare a fondo della meschinità di una società che penalizza i perdenti o anche solo coloro che non vogliono vincere ma solo vivere onestamente e in maniera pulita. In tutti i sensi. Anche lo stile di regia ha un suo fascino, essenziale ma con alcuni guizzi interessanti, e nella recitazione dei comprimari c'è una cura , nella direzione e nell'interpretazione, che dà lo spessore giusto al film. E così quest'esordio, pur acerbo in alcuni punti, convince e fa venir voglia di aspettare il secondo. E di chiederci se, in questa Italia così paradossale, stare (troppo) dalla parte della ragione, finisca per farci spedire in quella del torto.

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