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Questo articolo è stato pubblicato il 21 novembre 2013 alle ore 14:03.

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Casta. Il termine più abusato degli ultimi anni nasce da un paradosso. Il libro di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo del 2007 aveva infatti per sottotitolo Così i politici italiani sono diventati intoccabili. E non occorreva certo avere studiato con Louis Dumont, conoscere il sanscrito o il tamil, possedere nozioni avanzate di indologia per sapere che gli intoccabili, i paria, sono per l'appunto i fuori casta, i reietti, il grado infimo della tradizionale gerarchia sociale indiana. La «casta degli intoccabili» è un po' come l'«aristocrazia dei pezzenti». Bisticci concettuali a parte, aver risciacquato i panni nel Gange anziché in Arno ha avuto le sue conseguenze. La più vistosa è che la parola arcaica ne ha eclissate altre, meno accattivanti ma più precise. Come corporazione. E già, perché in Italia ci siamo liberati dei fasci (forse) ma non delle corporazioni: e la parola casta era abbastanza vicina da farci sfiorare quella presa di coscienza, ma abbastanza lontana da precluderla. Così, sotto quella voce indianeggiante abbiamo ammucchiato tutti i babau del risentimento nazionale: le lobby e le logge, le cricche e le parrocchie, i palazzi e i salotti, i quartierini e le conventicole. E una primizia di rivoluzione liberale è finita in jacquerie plebea.

Fatto. «Niente di più misterioso di un fatto, nulla che rassomigli di più a quei sogni reali che empivano di spavento i gran sacerdoti di Babilonia». Ogni aspirante giornalista dovrebbe mandare a memoria il monito di Paul Valéry. Da qualche tempo, tuttavia, questa parola dall'aria innocua è diventata strumento di mille raggiri ideologici, ricatti morali, illusioni ottiche spacciate per fotografie: e così si chiamano fatti i rottami – in sé muti e indecifrabili – di storie vaste e complicate, e una volta raccolti questi rottami li si venera come feticci o li si punta come selci scheggiate al petto dell'interlocutore, per metterlo a tacere: «È un fatto!». E invece è spesso un brandello di vita essiccata, tagliato secondo le convenienze, o un'opinione corazzata in un esoscheletro di dati che nasconde così la sua natura. La mente umana subisce il fascino dell'alta definizione: riconosciamo a colpo d'occhio il qualunquista in chi urla un generico «Sono tutti ladri!», ma siamo ancora soggiogati da chi riporta la cifra, foss'anche inventata o gonfiata, dei parlamentari con procedimenti a carico. C'è in questo qualcosa di molto primitivo: ci agitano davanti un monile adorno di numeri e di verbali e di virgolettati, e restiamo impietriti. Come davanti al leggendario basilisco. L'unico modo per ucciderlo era metterlo allo specchio.

Legalità. Qualche anno fa Feltrinelli pubblicò un libro illustrato per l'infanzia, Le regole raccontate ai bambini, firmato da Gherardo Colombo, ex magistrato di Mani pulite, e da Marina Morpurgo. Tra le illustrazioni di Ilaria Faccioli ce n'erano un paio che vale la pena descrivere: nella prima, dallo spiccato gusto maoista, un gruppo di bambini in festa mostra cartelli con scritto «Viva la legalità! Vogliamo legalità!»; nella seconda, un signore cattivo (guarda caso bruno, semicalvo e dal sorriso smagliante) è circondato da tv, radio e giornali che intonano all'unisono: «Vota lui!». Tanto basta per capire che legalità non è più una parola neutra e innocente, e si presta agli usi ideologici più vari. Specie quando circola in aggregati come «cultura della legalità» (formula vaga su cui prospera tutta un'antimafia khomeinista) o «controllo di legalità», l'idea che i magistrati siano non già applicatori della legge ma guardiani del gregge, preposti a vegliare perpetuamente sulla Nazione. Capita così che un Gian Carlo Caselli chiami «assalti alla legalità» quelli che sono, tutt'al più, assalti a Gian Carlo Caselli. Occorre quindi affinare l'udito quando si sente inneggiare alla legalità: sembrano inviti al rispetto della legge, e spesso sono appelli al tifo incondizionato per la magistratura inquirente. Le due cose, direbbe il santo Milarepa, «paiono uguali, ma sta attento a non confondere».

Moralismo. Chi abbia in testa i moralisti classici come La Rochefoucauld e La Bruyère, legherà questa parola a dei gentiluomini misantropi e coltissimi, per lo più slegati dalle cure e dalle contingenze terrene, che dal loro esilio volontario meditano sull'infinita monotonia del cuore umano. Ora, pensiamo a come il nostro bipolarismo patologico ha maltrattato la parola moralismo fino a renderla inservibile. Gli uni (sono quelli che deridono il «ditino alzato») la mettono in ridicolo, dando di moralista a chiunque abbia a eccepire su cose che spesso con la morale c'entrano poco; gli altri (sono quelli che vantano la «schiena dritta») la agitano come una clava contro il nemico politico e antropologico. L'effetto, si è visto, è stato quello di ottenere non già la moralizzazione della politica, ma la politicizzazione della morale. E ci vorrebbe un La Bruyère per compatire la triste, meccanica, nauseante ripetitività di queste pose gemelle.

Narrazione. La mamma chiede al bimbo accucciato sul vasino: «Stai facendo la cacca?». «No: la narrazione del mio defecare». Con la vignetta di Altan si potrebbe chiudere la partita, e farla finita con quest'altro assillo ventennale. Che si è esteso anche alle più inenarrabili regioni dello scibile umano. Tutto diventa affabulazione e storytelling, tutto è presentato sotto forma di racconto. A quanto pare, abbiamo dovuto scontare il crollo dei grands récits novecenteschi con la disseminazione imperialistica della forma-narrazione. E non è certo il solo Nichi Vendola a farsene megafono, e neppure l'allegra combriccola dei Wu Ming, divulgatori di una sorta di versione adolescenziale a fumetti del «mito politico» di Georges Sorel. Ormai senti parlare indifferentemente, e come se davvero significasse qualcosa, di narrazione del territorio, di narrazione del capitalismo, di narrazione del Pd, di narrazione del femminile. È il pendant del feticismo del fatto. Se quello rendeva tutto fossile, qui ogni cosa si fa fluida. Per capovolgere il motto del Parsifal, lo spazio qui diventa tempo, ed è tutto uno scorrere di storie, come fiumi in cerca di uno sbocco. Dove sfoceranno? Ecco, ci sono anche libri dedicati alla «narrazione del cibo». C'è da supporre che, superata la narrazione della digestione, il tutto finisca più o meno come nella vignetta di Altan.

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