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Questo articolo è stato pubblicato il 07 marzo 2014 alle ore 15:54.
L'ultima modifica è del 08 marzo 2014 alle ore 15:33.

"L'eliminazione", pubblicato da Feltrinelli e scritto da Rithy Panh insieme a Christophe Bataille, non è una semplice autobiografia. Non è un'opera che si limita all'inchiesta sui massacri e le torture dei Khmer rossi e neppure è soltanto un viaggio nella terribile storia della Cambogia dal ‘75 al '79. Oltre alla ricostruzione di quegli anni terrificanti, il libro offre un eccezionale ed inedito faccia a faccia tra vittima e carnefice.
Un dialogo drammatico, teso, intenso, a tratti quasi surreale, tra Panh, scampato al genocidio degli uomini di Pol Pot, e Duch, il capo di Tuol Sleng, famigerato centro di tortura e sterminio di Phnom Penh. Quel carcere, chiamato S21, nel quale furono seviziate tra le 12 e le 20mila persone che regolarmente, dopo aver confessato, venivano condotte ai "killing fields" di Choeung Ek, a pochi chilometri dalla capitale. Qui, i loro aguzzini li finivano, spesso a bastonate per risparmiare proiettili, e li interravano in quella che sarebbe diventata un'enorme fossa comune. «A imprigionarti non si guadagna nulla- recitava uno slogan dei Khmer rossi- ad eliminarti non si perde nulla».
Non a caso dall'inferno dell'S21 uscirono vivi soltanto sette prigionieri, trovati dall'esercito vietnamita che aveva appena cacciato gli uomini di Pol Pot dalla capitale. Accanto a loro c'erano i corpi di 14 persone, torturate e uccise in fretta e furia nelle ultime ore di vita del regime.
Il libro alterna la rievocazione della storia dell'autore, che al momento della presa di Phnom Penh da parte dei Khmer rossi aveva 11 anni, all'intervista a Duch nella cella del tribunale penale patrocinato dall'Onu.
Salvatosi all'olocausto cambogiano, Rithy Panh è diventato un regista (il suo ultimo lavoro "The Missing Picture" è stato candidato all'Oscar), documentarista instancabile, impegnato nella lotta per ricostruire la difficile memoria di un Paese alla quale molti, per opportunismo, preferirebbero l'oblio. In quattro anni Panh ha perso il padre, la madre, le sorelle, i cugini. Come è accaduto a molti cambogiani, l'orgia di sangue di Pol Pot ha divorato la sua famiglia, insieme ad un quarto della popolazione del Paese.
La sua autobiografia ripercorre il terrore di quei giorni che prese il via con l'immediata evacuazione dell'intera popolazione della capitale. Circa due milioni di persone cacciate da Phnom Penh in meno di 48 ore. Secondo la dottrina di Pol Pot, infatti, tutti dovevano "tornare" alle campagne. Contadini e operai erano il "popolo vecchio" pronto per la rivoluzione, cittadini, intellettuali e più in generale tutti coloro che non svolgevano un lavoro manuale, erano il "popolo nuovo" che andava rieducato o eliminato. Fu così che iniziò l'anno zero della Cambogia. Presto arrivarono la fame, le deportazioni, le esecuzioni sommarie e l'intero Paese venne trasformato in un enorme campo di concentramento sotto lo sguardo dell'onnipresente Angkar, l'"Organizzazione", che vedeva ogni cosa e che decideva chi doveva vivere e chi doveva morire.
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