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Questo articolo è stato pubblicato il 27 marzo 2012 alle ore 06:46.

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MILANO
«Sa cosa mi dicono i tedeschi? Che se in Italia non la smettiamo di litigare loro andranno ad esporre solo a Norimberga». Ambrogio Delachi guida Acimall, associazione dei produttori di macchinari per il legno e in questi giorni non è proprio di buon umore. Tra poche settimane si riproporrà per il settore uno dei tanti episodi della "guerra" tra fiere, la quasi contemporanea proposta di due rassegne simili a Milano e Rimini. La milanese Xylexpo, gestita proprio da Acimall, sta progressivamente perdendo terreno. «Era la prima rassegna mondiale – racconta sconfortato Delachi – quest'anno venderemo 35mila metri quadri, quasi la metà del top raggiunto quattro anni fa».
Contano la crisi, la riduzione del numero di aziende, la volontà di ridurre gli spazi degli stand e dunque i costi, ma conta soprattutto la concorrenza di Rimini, con la rivale Technodomus che partirà il 20 aprile, solo un paio di settimane prima di Xylexpo. «Come andiamo? Molto bene – racconta il presidente della Fiera di Rimini Lorenzo Cagnoni – vendiamo 20mila metri quadri e siamo in crescita rispetto alla passata edizione». Il dualismo, tuttavia, costringe ben 49 espositori di Rimini a partecipare anche a Xylexpo. «Duplicare le spese non è il massimo – spiega Eugenio Perrella ad dell'azienda udinese Freud spa – e questa situazione ci costa decine di migliaia di euro. Non va bene».
La querelle Rimini-Milano è solo uno dei tanti esempi. La "migrazione" degli eventi è ormai all'ordine del giorno, come testimonia il passaggio dell'acciaio di Made in Steel da Brescia a Milano e lo storico trasloco del salone del ciclo dal capoluogo lombardo a Verona. Verona che a sua volta ha perso a favore di Milano Solarexpo, nata e cresciuta proprio in veneto. L'altro nodo che angustia il comparto è quello degli eventi-fotocopia, con rassegne analoghe proposte in territori diversi cercando di rompere gli equilibri esistenti. Anche qui gli esempi si sprecano: per il legno i rivali sono Xylexpo e Technodomus, per i macchinari del packaging Ipack-Ima (Milano) e Packology (Rimini), per i cavalli Verona e Milano, per il cibo ancora Milano (Tuttofood) e Parma (Cibus). Per finire con la bici, che a Padova vanta già una rassegna in forte crescita, che ora dovrà fare i conti con Verona. Situazione forse inevitabile, in un paese che dispone di una cinquantina di quartieri fieristici strutturati, con ben 190 fiere che si definiscono internazionali, numero che in Germania scende a quota 134.
«Eccesso di offerta? Certo che esiste – spiega il presidente di Cfi Gian Domenico Auricchio – al sistema delle imprese serve per ciascun settore una singola fiera di riferimento, se possibile leader internazionale e non solo in Italia. I conflitti tra quartieri sono un danno per tutti». La stima della confederazione degli espositori, associata a Confindustria, è che vi sia un eccesso di offerta stimato in almeno il 20% degli spazi e che senza un'organizzazione centrale degli eventi non si possa fare alcun passo in avanti verso logiche di sistema.
«Condivido la necessità di una regia – spiega Ettore Riello, presidente dell'associazione dei quartieri fieristici Aefi e numero uno di Verona – e in questo momento sta passando la logica della battaglia tra quartieri, del campanilismo. L'eccesso di offerta è una realtà ma la concentrazione fa paura, anche perché molti enti temono di perdere potere e poltrone».
Un sondaggio realizzato per Fondazione Fiera Milano, presentato ieri in un convegno sul settore, evidenzia alcuni di questi aspetti. Il 74% degli intervistati pensa che alcune fiere non supereranno la crisi, molti vedono la concorrenza interna più come un rischio che come un'opportunità, maggiore internazionalizzazione e coordinamento sono i suggerimenti principali per migliorare. Temi cruciali, perché a schiacciante maggioranza, il 94% delle imprese intervistate identifica le fiere come uno strumento di politica industriale.
I numeri, in effetti, dicono che la svolta verso l'efficienza non è più procrastinabile. Su base mondiale vi sono solo due paesi, Cina e Brasile, in cui gli spazi fieristici venduti crescono. In tutto l'occidente capita il contrario, con un calo del 7% negli Stati Uniti, del 5% per Germania e Italia. E tuttavia, pur a fronte di un mercato che si riduce, gli investimenti proseguono: tra il 2006 e il 2011 gli spazi vendibili in Italia sono cresciuti ancora del 3%, fino ad arrivare a 2,3 milioni di metri quadri, il 7% del mercato mondiale. Crescita per la verità che accomuna tutti i paesi, con la Germania ad aumentare gli spazi del 2% e la Francia del 3%.
Scorrendo l'elenco dei quartieri emerge l'altro problema del settore: la scarsità di campioni nazionali. Tra le prime 10 fiere mondiali per dimensioni ben quattro sono tedesche, solo una (Milano) italiana. E la situazione non pare modificabile a breve.
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