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Questo articolo è stato pubblicato il 22 aprile 2012 alle ore 08:13.

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Da tempo, nei miei microcosmi, scrivo che è al mutamento antropologico che bisogna guardare per capire quanto la crisi muti nel profondo il fare impresa e frammenti il diamante del lavoro. Il parlare con artigiani, piccoli imprenditori e partite Iva a questo rimanda. A un discorso interrotto, a una rottura di un racconto bisogna pensare. Come sostiene Sennett, viene meno quando si rompe l'Io identitario che l'empatia con la propria impresa o con il proprio lavoro alimenta. Io lo conoscevo bene uno dei 24 suicidi censiti dalla Cgia di Mestre. Che così hanno interrotto il libro della vita dall'inizio dell'anno a oggi. Ne ho sempre delicatamente scritto avvisando che stava montando, dentro il tessuto del capitalismo molecolare, la malaombra.
Quella forma estrema che fa volgere il conflitto verso di sé, quando non si riesce più, non si ha più voce per lottare per la propria impresa. Gli esperti e i saccenti come Corbellini ci invitano, dalle pagine del Domenicale del Sole, alla prudenza nel parlare di depressione nella recessione e di suicidi per ragioni economiche. Invito che accetto e che giro volentieri al presidente Monti che ha citato e usato i 1.725 suicidi in Grecia come un monito per tutti noi, se non facciamo i bravi. Mi sia permesso di continuare a scrivere di chi conoscevo bene, dei tanti che nelle piattaforme produttive del nostro paese si sono suicidati urlando in silenzio che non ce la facevano più a reggere la vergogna e i sensi di colpa per il fallimento dell'impresa. Dopo avere chiesto aiuto alle banche, negoziato e litigato con Equitalia, aspettato invano i crediti della Pubblica amministrazione o dei grandi committenti. Hai voglia a dirgli che il fallimento bisogna prenderlo come in America, un'apocalisse intesa come rinascita e non come morte, e poi fargli presente che, come è scritto nello Small Business Act europeo, c'è sempre una seconda chance. Per loro, per quelli che hanno scelto il gesto estremo, era finito, rotto, venuto meno, il legame empatico tra impresa e progetto di vita.
Per loro l'impresa era un progetto di vita: la vita. Qualcuno potrà anche fare ironia su questa simbiosi, ma cos'altro è l'iniziare a fare impresa in uno scantinato, crescere e realizzare il capannone, assumere i primi operai e con loro fare una cogestione dell'impresina tra retorica dell'impresa come una famiglia o come una comunità operosa? Quando si va bene si è riconosciuti nel paese e nella comunità locale e riesci anche a costruire, a fianco del capannone, la villetta con giardino… Un giorno arrivano le difficoltà, la crisi entra dentro l'impresa, rompe l'empatia e la retorica della comunità, si rompe un mondo, ti rompi tu. Ti prende la depressione, quella che Eugenio Borgna definisce «depressione motivata» dalla recessione, aggiungo io, che ti fa apparire la fine di un mondo.
Che dire, che fare allora? Bene hanno fatto le figlie di due imprenditori vittime della malaombra a convocare in Veneto imprenditori, sindacati, forze sociali, sussurrando che nessuno resti solo, così come la Cna di Modena che organizzerà su questo tema un forum territoriale per gli artigiani della Via Emilia. Il tema è nell'agenda delle forze sociali e delle Camere di Commercio più attente. C'è sempre una seconda chance nelle difficoltà della crisi. Sfido chiunque di questi tempi a non condividere quello che ha scritto Kurt Schneider, un grande psichiatra del nostro tempo, «ci dovremmo preoccupare non di essere stati depressi almeno una volta in vita (attraversando questa crisi), ma di non esserlo stati mai». Se capiamo che oggi l'attraversamento della crisi e il cercare di trovare un'uscita sono la nostra comunità di "destino", si può dire: depressi di tutto il mondo unitevi per chiedere e cercare una seconda chance.
bonomi@aaster.it
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