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Questo articolo è stato pubblicato il 19 maggio 2012 alle ore 08:20.

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C'è chi ha manomesso il navigatore dell'auto, uno di quelli più recenti che consentono – con l'auto ferma! – di vedere i canali televisivi, per guardare la tv mentre si viaggia. Casi estremi, ma emblematici di quanto pesino, sui dati che riguardano la sicurezza stradale, i comportamenti umani scellerati, è il caso di dirlo. Un video educativo della Polizia di Stato ci propone una sequenza di immagini “dure” – lamiere informi e teli bianchi – sulle quali scorrono numeri come 214, 237, 195, ovvero velocità che i veicoli coinvolti in incidenti, e su strade provinciali, stavano sviluppando. Al Forum PA, appuntamento annuale, a Roma, dedicato alle tante tematiche che riguardano le attività della pubblica amministrazione, si è discusso di sicurezza stradale. Occasione per rovesciare alcuni immaginari diffusi ed errati. Dalle autostrade ci arriva il 7% delle vittime annuali; dalle città il 44%. Ma anche in città sono i comportamenti incoscienti a occupare la fascia alta delle cause di incidente, con la velocità fuori standard che è sempre la principale. C'è quindi una evidente questione culturale. Italiana? Non è così, ma in Europa siamo in fondo alla scala dei paesi con standard tecnologici confrontabili, per quanto riguarda le cifre sugli incidenti. Si è fatto molto nell'ultimo decennio. Avevamo circa 7mila morti ogni anno, siamo intorno ai 4mila odierni; il dimezzamento delle vittime era un obbiettivo dato dalla Commissione europea. Non siamo lontani, ma in Francia sono al 51%, con una serie di interventi che, i nostri esperti e addetti ai lavori nel campo della sicurezza, non esitano a definire a tolleranza zero. «Che da noi non c'è», dichiara Sergio Dondolini, direttore generale per la sicurezza stradale del ministero dei Trasporti. «Stiamo ultimando una lunga ricerca che disegna l'evoluzione della sicurezza sulle strade, in Italia, dal 1952 al 2010 – segnala Umberto Guidoni, segretario generale della Fondazione delle società di assicurazione (Ania) – e dai primi dati che stiamo analizzando esce, con sorpresa, che in tutti questi anni non abbiamo cambiamenti significativi». É ovvio che i dati che arrivano dalle assicurazioni emergono dalle denunce di incidente e dai relativi pagamenti, cifre che non sono analoghe a quelle della polizia stradale. Tuttavia, sono comunque ampiamente significative. Sessant'anni senza sostanziali cambiamenti, dunque, a fronte di una forte evoluzione tecnologica delle auto. Filippo Bettini, responsabile, in Pirelli, della direzione sostenibilità e governo dei rischi, invita a riflettere sugli pneumatici invernali. Buon venditore? Affatto. Il tema è all'ordine del giorno delle autorità di molti paesi perché l'intenzione è di varare leggi che li rendano obbligatori. Gli pneumatici invernali non sono quelli da neve, ma strumenti in grado di aumentare notevolmente le performance di tenuta e frenata su ghiaccio, strade bagnate. Uno pneumatico invernale è in grado di ridurre notevolmente le distanze di sicurezza, con un effetto sensibilissimo, per esempio, nei territori metropolitani. Un treno di gomme invernali e uno estivo, poi – ovviamente: c'è un investimento iniziale – raddoppiano il tempo di usura. I conti tornano, e la sicurezza potrebbe aumentare notevolmente. Certo, a patto di non guardarsi X Factor mentre ci si immette in tangenziale.
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