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Questo articolo è stato pubblicato il 25 maggio 2012 alle ore 06:44.

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Per ora, nello stabilimento della Ducati, la Panigale viene prodotta con i ritmi consueti. I problemi sorgeranno la prossima settimana. Tre fornitori diretti della casa motociclistica, infatti, sono stati colpiti dal terremoto. E, questo, ha provocato una interruzione nell'approvvigionamento di alcuni componenti e semilavorati.

Uno stop dei flussi a cui, finora, si è rimediato con il minimo di stock detenuto dalla Ducati, che peraltro ha una organizzazione industriale fondata sul just in time. Inoltre, i fornitori stanno cercando di sopperire al trauma del terremoto mettendo a disposizione di Borgo Panigale quanto non è finito sotto le macerie. Ma tant'è. «La nostra fabbrica sta comunque andando avanti a lavorare – spiega l'amministratore delegato di Ducati Motor, Gabriele Del Torchio – grazie appunto alle scorte nostre e dei fornitori. Che cosa succederà più avanti, non siamo ancora in grado di dirlo».
Il caso Ducati, mentre continuano le scosse di assestamento (25 nella notte fra mercoledì e giovedi, la maggiore di magnitudo 3,4 e un'altra al pomeriggio di 3,3, tutte avvertite fra Modena, Ferrara e Bologna), non è isolato. Anzi, rappresenta bene gli effetti del sisma economico che, dall'epicentro del sisma naturale, si stanno propagando in maniera inesorabile all'intera dorsale meccanica del Nord manifatturiero. Secondo l'assessorato al Lavoro della Regione Emilia Romagna, nella meccanica potrebbero evaporare 5mila posti di lavoro (le ultime elaborazioni, aggiornate ora dopo ora mentre il quadro si ricompone in tutta la sua drammaticità, stimano in 14mila i posti a rischio; altri 1.000 nell'alimentare, 3.500 in servizi-logistica-edilizia, 1.500 nella ceramica e 3.000 nel biomedicale). «C'è il dramma occupazionale, ma c'è anche un preciso nodo strategico – osserva Patrizio Bianchi, assessore regionale al Lavoro ed ex direttore della rivista L'Industria – perché ogni minuto di stop, in un tessuto a maglie strette e integrate come il nostro, ha effetti esponenziali in altri punti dell'ordito della meccanica. In Emilia Romagna, come in tutto il Nord». Una situazione paradossale. «Un caso classico al contrario – riflette Giorgio Santini, segretario aggiunto della Cisl – perché quando l'economia è troppo ben organizzata e intimamente connessa, ecco che l'imprevisto comporta un moltiplicatore. Il just in time ha questo problema di fondo».
E, così, mentre nei tempi buoni l'innervatura genera valore aggiunto condiviso, nei tempi cattivi gonfia la perdita di valore. «Il sisma ha provocato soprattutto lesioni alle strutture – spiega Bruno Di Giacomo, amministratore delegato di Tmm-Ansa Marmitte di Finale Emilia – stiamo correndo come matti per spostare le macchine ancora funzionanti in un capannone rimasto sano. Lavoreremo giorno e notte. Lunedì mattina dobbiamo riuscire a produrre le nostre marmitte. Ducati non si può mica fermare». Questa azienda, che ha 135 dipendenti e un fatturato di 15 milioni, fa marmitte anche per la Ferrari, la Lamborghini, Cnh e Bombardier. Dunque, ha una pluralità di clienti che dimostra quanto le maglie siano intrecciate. Un altro problema, per Ducati, riguarda l'approvvigionamento dalle fonderie di San Felice sul Panaro, dove operai e imprenditori stanno facendo di tutto per ridurre al minimo il congelamento dei processi di fusione. Anche in questo caso, queste fonderie hanno un elevato grado di integrazione con la filiera, sia a valle sia a monte. C'è, poi, la questione dello stop dei cicli della meccanica nelle fabbriche che non hanno avuto danni strutturali. Sottolinea a questo proposito Maurizio Landini, il segretario della Fiom Cgil che ha iniziato la sua attività sindacale in Emilia Romagna: «Molti macchinari sono andati fuori asse. Non sono fisicamente danneggiati. Ma bisogna rimetterli in equilibrio. Non si tratta di una cosa da poco. Ci sono aziende che sono ferme per questo». E, anche in queste operazioni di risistemazione del lay-out della fabbrica, spesso si registra una totale convergenza fra dipendenti e imprenditori. «Qui c'è sempre stata una grande identificazione con l'azienda – nota Landini – e tutti hanno la consapevolezza che salvare la fabbrica vuol dire salvare il proprio lavoro e il proprio futuro».
Dunque, nelle aree segnate dal terremoto operai e impiegati, industriali e artigiani stanno lavorando duro. «Si tratta di una situazione in continua evoluzione e molto dipenderà dalla capacità di reagire che avranno i nostri fornitori ma, conoscendo la determinazione e la voglia di ripartire dei nostri piccoli imprenditori, sono sicuro che tutto tornerà alla normalità», dice con ottimismo Del Torchio. Il quale, mentre parla di Ducati, in realtà parla di tutta la dorsale meccanica del nostro Paese, che da Modena raggiunge Bologna, sale a Milano e poi si biforca verso Torino e Brescia. La struttura portante del nostro capitalismo manifatturiero.
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