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Questo articolo è stato pubblicato il 07 giugno 2012 alle ore 06:45.

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MILANO
Tanto lavoro per niente: i quartieri fieristici italiani reagiscono alla crisi con una raffica di nuove manifestazioni, ma il risultato è vicino a zero. Negli ultimi quatto anni e mezzo, secondo le rilevazioni di Edifis intelligence, su 86 nuove mostre lanciate dalle otto grandi fiere tricolori ben 85 hanno cessato, sono state trasferite o addirittura sospese prima che iniziassero. Per fortuna hanno sostanzialmente tenuto le posizioni quasi tutte le prime dieci manifestazioni (qualche scricchiolio per il Mido e soprattutto per il Salone nautico di Genova) che spesso sono punti di riferimento mondiali. Segnali inequivocabili di sofferenza invece arrivano dai bilanci, dai metri quadrati venduti e dai visitatori dei Big 8 (Milano, Verona, Bologna, Rimini, Roma, Vicenza, Parma e Genova): dal 2008 i ricavi aggregati sono scivolati del 10%, da 728 milioni a 650 del 2011; il Mol si è eroso addirittura del 40%, da 96 milioni a 60. E per Rimini, Roma e Genova il preconsuntivo 2011 si è colorato di rosso (per le ultime due è una conferma).
«La reazione alla crisi – sostiene Paolo Lombardi, ex presidente della Fiera di Genova – è stata forte da parte dei quartieri e ha condotto a interventi, con priorità diverse, sugli organici, sui contratti di lavoro e sull'ammodernamento degli impianti espositivi. E anche su numero di fiere e merceologie, a volte con un po' di approssimazione». In particolare, nel biennio 2011-12 i primi sette quartieri hanno ideato 32 nuove mostre ma poi ne hanno trasferite o soppresse 45. A volte gli eventi sono stati soltanto annunciati e pubblicizzati.
La crisi picchia duro: Bologna ha sospeso Music Italy Show dopo la prima edizione mentre Pasta Trend è destinata ad approdare a Rimini (dopo essere transitata da Parma); Milano ha cancellato AbitaMi mentre a Rimini la mostra nautica White & Blue, dopo la prima edizione, è finita nelle secche del disinteresse. «L'iperattivismo commerciale dei quartieri – aggiunge Lombardi – per ora è deludente. Le nuove fiere hanno dimensioni inferiori e si riferiscono a platee di operatori più ristrette».
«Il trend è preoccupante – conferma Franco Bianchi, segretario generale del Comitato fiere di Confindustria – le fiere, nel tentativo di introdurre novità, si sono inventate eventi insostenibili con tentativi maldestri. È mancata l'analisi di mercato e il confronto con gli operatori».
Certo non aiutano nemmeno «i frenetici passaggi di quartieri – sostiene Lombardi – da una fiera all'altra e l'aumento di contenziosi tra i quartieri e tra gli organizzatori per concorrenza su merceologie già esistenti».
Nell'arena delle Big 8, Milano e Verona mantengono ricavi e redditività, in risalita il risultato di gruppo di Bologna, resiste Rimini (ricavi e Mol in calo), Parma consolida la sua nicchia di mercato, male fanno invece Roma (-65 milioni in quattro anni) e Genova (afflitta dal -50% dei mq venduti in 4 anni nel Nautico). «Dobbiamo difendere il nostro patrimonio fieristico – conclude Bianchi – sia dal regionalismo dissipativo degli ultimi dieci anni sia dai Paesi emergenti: l'Union des foires internationales ha appena salutato l'ingresso di 73 "nuovi" soci cinesi. La cabina di regia sull'internazionalizzazione formata da Confindustria, Abi e Sviluppo economico dovrà riordinare anche il calendario delle grandi manifestazioni».
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