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Questo articolo è stato pubblicato il 08 luglio 2012 alle ore 08:13.

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L'Europa mette sul piatto 8,1 miliardi per la ricerca. Nel momento in cui la morsa della crisi sembra stringere di più la Ue prova a dare una scossa allo sviluppo. E lo fa con un maxi-bando, il più grande mai pubblicato finora, che sarà presentato ufficialmente domani a Bruxelles. «La conoscenza è la moneta più preziosa dell'economia globale – spiega il commissario Ue per la Ricerca, Maire Geoghegan-Quinn, al Sole 24 Ore –, questo stanziamento di 8,1 miliardi rappresenta una formidabile arma in mano ai ricercatori e alle imprese per innovarsi e provare a uscire dall'attuale crisi economica».

L'occasione è d'oro per chiunque faccia innovazione, a cominciare dalle imprese: a loro in particolare sono rivolti buona parte dei bandi – che saranno lanciati tra il 10 luglio e l'autunno – su 10 settori strategici (il programma «cooperazione») che valgono 4,8 miliardi.

Con le aziende italiane che potranno giocarsi finalmente la partita da protagoniste visto che le Pmi, mai come questa volta, avranno una corsia preferenziale: una bella fetta dei fondi a disposizione, 1,2 miliardi, è rivolta proprio a loro per favorirne l'innovazione e il salto tecnologico. In particolare 970 milioni saranno messi in palio nel programma «cooperazione» con diversi bandi che avranno fino al 75% dei fondi disponibili riservati alle piccole e medie imprese. Il programma «ricerca a beneficio delle Pmi» avrà a disposizione 250 milioni. Mentre 150 milioni saranno utilizzati come fondo di garanzia per i prestiti alle Pmi e alle imprese di media grandezza (fino a 500 dipendenti) in modo da mobilitare un miliardo per fare innovazione. Oltre all'innovazione industriale che con 4,8 miliardi punta, come detto, su dieci settori – dalla salute alle biotech, dall'Ict (con un budget da 1,5 miliardi) ai nuovi materiali, dall'energia all'ambiente, dai trasporti alle scienze sociali, allo spazio e alla sicurezza –, ci sono altri 2,7 miliardi destinati a finanziare ricerche e borse di studio per giovani cervelli e scienziati attraverso i programmi del Consiglio europeo della ricerca (1,75 miliardi) e le azioni «Marie Curie» (963 milioni) che, ad esempio, hanno recentemente finanziato una trentina di scienziati che hanno contribuito a scoprire il bosone di Higgs. Infine altri 574 milioni saranno destinati a potenziare le grandi infrastrutture della ricerca o a crearne di nuove.

Per l'Italia, tra i Paesi meno efficienti nel conquistare i fondi europei della ricerca, è un'opportunità importante per recuperare il terreno perso finora, come sottolineato più volte anche dal ministro dell'Istruzione, Università e Ricerca, Francesco Profumo. Che al riscatto europeo del nostro Paese ci tiene molto e per evitare di perdere ogni anno circa 500 milioni – tanto "regaliamo" agli altri Paesi se si calcola il saldo tra quanto finanziamo l'Ue e quanto otteniamo dai bandi – ha messo in campo una strategia ben precisa. L'idea è quella di trasformare il sistema di ricerca italiano – attraverso i bandi nazionali finora emanati (da quelli sulle smart cities ai distretti) – in una sorta di "palestra" che alleni aziende e centri di ricerca italiani a prepararsi in modo da farsi trovare pronti agli appuntamenti europei.

Fino a oggi l'Italia ha conquistato poco più di 2 miliardi, l'8,43%, della torta complessiva del settimo programma quadro sulla ricerca finora divisa. Ma ha partecipato al bilancio Ue con una quota più sostanziosa: il 13,4 per cento. Come dire che l'Italia sta pagando l'innovazione agli altri Paesi. Uno spreco che non possiamo più permetterci. Anche perché dal 2014 e fino al 2020 Bruxelles promette, bilanci comunitari permettendo, di alzare la posta: il forziere Ue della ricerca per il nuovo programma «Horizon 2020» potrebbe valere 80 miliardi. E vista la penuria di finanziamenti nazionali sarà sempre più cruciale bussare alla porta di Bruxelles.

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