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Questo articolo è stato pubblicato il 26 ottobre 2012 alle ore 06:48.

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Serrungarina, in provincia di Pesaro-Urbino. L'ottuso burocrate arriva anche lì e, se manca il timbro, niente rimborso. Così si finisce in Cassazione per un "errore formale" su un credito di 5mila euro. Lo racconta, con indignazione, il commercialista Luca Pazzaglia, 47 anni.
La storia comincia quando una società immobiliare di Saltara (Pesaro-Urbino) chiude i battenti nel 2003 con un credito Iva di 5.600 euro, importo che chiede a rimborso nell'ultimo modello Unico presentato. Per avere i quattrini occorreva allegare un documento, il "modello Vr", che però non viene presentato.
La locale Agenzia delle entrate non avvisa l'azienda dell'omissione. Nell'aprile 2009 (e sono già passati oltre cinque anni) un socio della società chiede spiegazioni sul rimborso che non arriva. Solo allora l'Agenzia comunica che non è stato presentato il modello Vr e quindi non si procederà al rimborso. I soci allora presentano subito il modello mancante con una nuova istanza di rimborso. L'Agenzia tuttavia sostiene che ormai è troppo tardi. I soci ricorrono al giudice tributario di Pesaro che il 5 aprile 2010 dà loro ragione, spiegando che il non aver presentato il modello Vr è solo un "errore formale" che non fa decadere il diritto al rimborso Iva, ma lo posticipa fino a che non viene presentato.
L'Agenzia delle entrate appella la sentenza. Anche il secondo grado è favorevole ai due soci. Inoltre, si infervora Pazzaglia, «il giudice condanna l'Agenzia anche al pagamento delle spese di giudizio, come a dire "non scomodate i giudici" per queste bazzecole». L'Agenzia delle entrate non demorde e nel gennaio 2012 ricorre in Cassazione: «A oggi si attende ancora la sentenza della Suprema corte! Non ho parole».
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