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Questo articolo è stato pubblicato il 10 novembre 2012 alle ore 08:17.

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VENEZIA. Dal nostro inviato
«È come andare in auto con il motore depotenziato e il freno a mano tirato». Paolo Galimberti, presidente dei giovani imprenditori di Confcommercio sintetizza così i guai delle nostre imprese, bloccate oggi nel loro percorso di sviluppo in particolare da due aspetti: burocrazia e credito. Un mix di vincoli quantificati nel libro bianco che Confcommercio ha presentato ieri a Venezia nel quinto forum dei giovani imprenditori, summit da cui emerge la richiesta univoca di rilanciare i consumi e sostenere le aziende nel percorso di uscita dalla crisi.
Difficile farlo in presenza di vessazioni e ostacoli continui, come i 36 giorni all'anno impiegati in media per gestire le pratiche fiscali, quasi il doppio della media europea; mentre l'apertura di un'attività impegna quasi il 20% del reddito pro-capite rispetto ad una media Ocse del 5,6%. Costi economici certi, a cui si aggiunge l'inefficienza dell'intero sistema, con l'Italia agli ultimi posti tra i paesi industrializzati per efficacia del sistema giudiziario, tempi di attesa di una sentenza, percezione del valore dell'output pubblico. Sull'inefficienza della nostra burocrazia l'analisi è unanime ma le ricette restano diverse. Il costituzionalista Luca Antonini propone un patto costituente per rifare l'assetto istituzionale e rivedere i rapporti Stato-Regioni, il segretario della Cisl Bonanni su questo punto è d'accordo ma ammonisce sui rischi di un ritorno al centralismo mentre il leader della Lega Roberto Maroni indica nell'atteggiamento e nelle scelte dell'Europa il principale nemico da combattere. «Serve una rivoluzione culturale e nei fatti – spiega Maroni –, bisogna azzerare tutto e ripartire, non credo che il sistema sia riformabile».
Ma se la burocrazia e l'inefficienza della macchina amministrativa rimangono temi di contesto nel lungo periodo, molto più pressante e urgente per le imprese è risolvere i nodi del credito.
I numeri della stretta operata dalle banche sono evidenti, ribaditi anche giovedì dall'ultima analisi di Bankitalia relativa a settembre, con un calo dei prestiti del 3,2% su base annua.
In termini assoluti in 12 mesi si tratta di 42 miliardi di euro in meno erogati a imprese e famiglie produttrici e la conferma della stretta arriva anche dai dati di Confcommercio: soltanto il 31,5% delle aziende del terziario si vede infatti accogliere le richieste di credito, mentre a fine 2009 il via libera arrivava ad oltre sette aziende su dieci. Il rischio del "no" in banca scoraggia anche le richieste, crollate al 15,7% delle imprese, quasi la metà rispetto a fine 2009.
Credito ridotto ma anche sempre più caro, con un "effetto spread" stimato in cinque miliardi di costi aggiuntivi per il sistema delle imprese in poco più di un anno.
Ma anche escludendo il costo degli interessi, tutti gli altri prezzi dei servizi finanziari sono evidentemente fuori controllo: per le famiglie consumatrici Confcommercio stima un aumento del 56,9% in dieci anni, il doppio rispetto alla crescita dei listini per l'intera categoria dei beni e servizi consumati. Per i soli servizi legati alle carte di credito, inoltre, imprese e famiglie pagano alle banche ogni anno 2,4 miliardi.
Qualche spiraglio potrebbe arrivare a breve dalle nuove regole del Fondo Centrale di Garanzia delle Pmi, che dopo un avvio stentato nel 2012 ha visto ad ottobre un balzo del 28% nelle domande di garanzia da parte delle imprese.
«Tra poco – spiega Claudia Bugno, presidente del comitato di gestione del Fondo – potremo aumentare le nostre erogazioni ed è possibile che a novembre si possa avere una forte crescita delle domande delle imprese, fondamentale in una fase in cui il credito è sempre più difficile da ottenere».
Restrizioni creditizie che per Confcommercio sono tra i motivi della moria di aziende, «quasi una chiusura al minuto negli ultimi 18 mesi – chiarisce Galimberti –, numeri che impongono ora un cambio di passo».
Confcommercio chiede al Governo di passare dalla fase del rigore a quella dello sviluppo operando anzitutto un rilancio della domanda interna. «Sui consumi pro-capite – scandisce Galimberti – siamo tornati indietro di 15 anni, abbiamo perso 15 anni di benessere».
L'associazione boccia dunque l'aumento dell'Iva, seppure per una sola aliquota, così come ritiene iniquo imporre Imu e Irap alle imprese.
«Occorre ridurre la pressione fiscale su lavoro e aziende – conclude Galimberti – perché solo stimolando i consumi e aiutando l'apparato economico è possibile rilanciare l'occupazione e ridare una speranza ai giovani».
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