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Questo articolo è stato pubblicato il 21 febbraio 2013 alle ore 06:47.

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L'importante è non scegliere. Facendo finta di fare scegliere agli altri. Democraticamente. Ogni ipotesi di politica industriale viene sacrificata al feticcio dello sviluppo sostenibile autogestito. Prendiamo il caso del Sulcis Iglesiente. Tre mesi fa la politica, dopo che a settembre questo angolo della Sardegna era esploso per la chiusura (poi avvenuta) dello stabilimento dell'Alcoa di Portovesme e per la liquidazione (da subito fallita) delle miniere pubbliche della Carbosulcis, ha "impacchettato" 450 milioni di euro: risorse già esistenti, non di nuovo reperimento, su cui è stata apposta l'etichetta "Piano strategico Sulcis".
Strategico, appunto. Ossia: che facciamo con questi (non pochi) denari pubblici? Il governo nazionale e i ceti dirigenti locali da subito hanno chiarito di non volere decidere fra il pecorino e la pressofusione, fra le spiagge e le tecnologie di depurazione del carbone. Ora si compie un passo in avanti. Si fa un bel concorso di idee per «lo sviluppo sostenibile del territorio». Nessuno mette in dubbio che le idee provenienti dal basso possano essere migliori rispetto a quelle calate dall'alto. Anzi, la cultura di impresa tende a una maggiore efficienza della cultura della pubblica amministrazione. E, per una volta, anche l'«offerta» viene formulata dalla mano pubblica in maniera accattivante. Invitalia, che ha l'incarico di gestire l'operazione, ha predisposto un documento di sedici pagine scritto in un italiano chiaro e ben definito dal punto di vista giuridico: saranno selezionate le sei migliori proposte, altre dieci riceveranno una menzione, ma «resta inteso che la selezione non comporta l'attribuzione di alcun finanziamento, contributo o vantaggio, economico e non, di qualsivoglia natura a favore del partecipante, né impegna alcuna delle Amministrazioni promotrici o Invitalia in tal senso». Dunque, per una iniziativa promossa dai ministeri dello Sviluppo economico e della Coesione sociale, dalla Regione Sardegna e dalla Provincia di Carbonia Iglesias e dai comuni del Sulcis Iglesiente, non scatta alcun meccanismo di corrispondenza fra l'idea e il denaro.
Più che un bando, che nel gergo italiano significa soldi pubblici pronta cassa, è una call, direbbero gli anglofoni. Il problema è come vengono orientate queste idee: nella stessa direzione in cui, fin dall'inizio, è stato costruito il Progetto Strategico Sulcis. In tutte le direzioni. Turismo e agroalimentare. Pesca del tonno e tecnologie green. Artigianato e energia. Turismo e impresa tradizionale. Patrimonio culturale, ambientale e minerario. Valorizzazione della cultura industriale esistente, ma anche il recupero e la valorizzazione di mestieri tradizionali e lo sviluppo di nuove competenze. L'Alcoa ha chiuso. Le miniere stanno in vita artificialmente. Il turismo è ipotecato dal tema dell'impatto ambientale dell'industria primaria. Meglio non concentrare le risorse. Meglio non decidere se dare un taglio con la siderurgia e il carbone scegliendo definitivamente il turismo o se puntare per una ultima volta sul profilo della Sardegna novecentesca creando le condizioni per un rilancio, magari azzardato ma affascinante agli occhi di chi crede nel futuro manifatturiero di tutto il Paese. Meglio considerare la politica industriale (o anche solo la politica economica) una cosa vecchia. La scelta è di non scegliere. Facendo "scegliere" agli altri. Una volta li chiamavano "soldi a pioggia". Ora "sviluppo sostenibile". Pure democratico, dal basso. È più chic.
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