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Questo articolo è stato pubblicato il 23 maggio 2013 alle ore 06:45.

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Hanno portato all'estero 1,2 miliardi di euro sottraendoli alle casse della loro holding industriale, la Riva Fire, e occultandoli in otto trust domiciliati in un paradiso fiscale. E ora i proprietari dell'Ilva di Taranto, Emilio e Adriano Riva sono stati iscritti nel registro degli indagati dal pm di Milano Stefano Civardi con l'accusa di truffa ai danni dello Stato e trasferimento fraudolento di valori.

Il "tesoretto" dei Riva è stato sequestrato ieri dalla Guardia di Finanza su ordine del gip Fabrizio D'Arcangelo, che nell'ordinanza di sequestro usa parole durissime. I fondi – scrive il gip – «costituiscono il provento dei delitti di appropriazione indebita continuata e aggravata» da parte degli indagati «ai danni della Fire Finanziara spa (oggi Riva Fire, ndr), di truffa aggravata, di infedeltà patrimoniale e di false comunicazioni sociali, oltre che di dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici e di trasferimento fraudolento di valori». Con Emilio e Adriano Riva sono indagati anche due consulenti degli imprenditori: Franco Pozzi ed Emilio Gnech, accusati di riciclaggio.

Nel mirino della procura di Milano ci sono tre operazioni societarie passate al setaccio dagli uomini della Guardia di Finanza. La prima, del dicembre 1995, riguarda la cessione di quote della società olandese Oak. La seconda è relativa alla vendita di una holding lussemburghese, la Stahlbeteiligungen Holding Sa, avvenuta nel maggio 1997. La terza riguarda invece la cessione dell'11,75% dell'Ilva Spa nel luglio 2003. Le tre operazioni hanno permesso ai due fratelli di generare una provvista complessiva di 1,39 miliardi di euro, dei quali 1,18 sono stati "rimpatriati giuridicamente" (il patrimonio è stato cioé regolarizzato ma è rimasto all'estero) con lo scudo fiscale del 2009 voluto da Tremonti.

«In tutte e tre le operazioni – scrive il gip – il corrispettivo della cessione di partecipazioni societarie... veniva fatto lucrare da società veicolo allocate in paesi a fiscalità privilegiata e riconducibili ad Adriano ed Emilio Riva e, da ultimo, fatto confluire nei trust costituiti in un paese non collaborante nel contrasto al riciclaggio (il Jersey)». Secondo il gip satrebbe stato «architettato un articolato sistema di cessioni di partecipazioni infragruppo finalizzato, da una lato all'evasione fiscale a vantaggio della holding del gruppo Riva, dall'altro alla creazione di disponibilità finanziarie a favore delle persone di Adriano ed Emilio Riva». Non solo. «È comprovata – afferma ancora il giudice D'Arcangelo – non solo la creazione di provviste occulte all'estero formate integralmente con denaro di pertinenza di società di capitali depauperate in modo definitivo e non reversibile, ma anche la esclusiva destinazione di tali somme al perseguimento di fini estranei agli interessi sociali».

Nel 2009 Adriano ed Emilio Riva decidono di scudare i beni custoditi nei trust dell'isola di Jersey. Ma l'operazione, secondo la procura di Milano, non sarebbe stata realizzata nel rispetto della legge perché il vero settlor (cioé colui che ha trasferito i beni) dei trust era Adriano Riva, che è cittadino canadese residente a Montecarlo, mentre nella dichiarazione presentata alle autorità fiscali figura il nome di Emilio. Secondo gli inquirenti, dunque, il condono fiscale non poteva essere realizzato. È stato questo particolare a far scattare le accuse di truffa ai danni dello Stato e di intestazione fittizia di beni a carico dei due imprenditori, e il reato di riciclaggio per i due consulenti.

Secondo il gip i trust dai nomi esotici (Orion, Sirius, Venus, Antares, Lucam, Minerva, Paella e Felgan) sarebbero stati istituiti esclusivamente per celare chi fosse il reale proprietario dei beni, proprio perchè frutto di operazioni realizzate ad arte per drenare soldi dalle società del gruppo e trasferirli nella titolarità dei due imprenditori. Prima di conferirli ai trust, annota il gip, i «proventi dei reati» erano ulteriormente schermati «per agevolarne il riciclaggio» e inseriti «fittiziamente» in quattro società delle isole Cayman: Jamuri Limited, Nebo Limited, Millicent Limited e Finia Limited.

La Guardia di Finanza ha anche accertato che il reale proprietario del gruppo è Emilio Riva, in virtù di un patto di famiglia che gli consente di «decidere da solo sulle questioni di maggiore rilevanza per la società».