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Questo articolo è stato pubblicato il 04 giugno 2013 alle ore 11:00.

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«Vogliamo che in Cina il gallo sia nero e non bianco». Non è un gioco di parole: Bian Zhenhu, presidente della Camera di commercio cinese per l'import-export di prodotti alimentari, sfoggia all'occhiello della giacca il simbolo del consorzio Chianti classico, il più antico e prestigioso tra quelli italiani, anno di nascita 1924.

Un animale portafortuna, il gallo, per la cultura locale, un simbolo ricevuto in dono all'ultima edizione di Vinitaly alla quale i cinesi hanno partecipato numerosi e, firmando un protocollo importantissimo per il vino Made in Italy, il primo che riguarda un consorzio italiano, per un'intesa quadriennale di cooperazione per l'import di vino italiano, il presidente esorta i produttori ad essere accorti e coerenti.
«Va bene così- dice Bian Zhenhu - ma voi dovete tutelare la qualità del vostro vino e avere un progetto coerente. In tanti sono arrivati qui, molti hanno avuto successo, altri no perché un disegno non l'avevano e, soprattutto, non hanno saputo né vendersi sul mercato cinese né tutelarsi. Bisogna sforzarsi di andare incontro ai gusti dei cinesi».
Una mediazione, quella con le autorità cinesi per arrivare all'accordo, durata un lungo anno, resa possibile dal supporto di Agenzia per la Cina e sottoscritta oltre che dalla Camera, anche da Caws, l'associazione degli importatori e distributori vitivinicoli cinesi nata a novembre dell'anno scorso che garantirà la qualità degli importatori. Dice il segretario generale, Xuwei Wang: «Per il vino sono 400 i nostri distributori, in tutta la Camera 5.800. Ci sono enormi opportunità, ma bisogna procedere con grande attenzione».

«A partire da novembre - gli fa eco Sergio Zingarelli, presidente del consorzio e del l'azienda toscana Rocca delle Macìe - diventa operativa la collaborazione tra il Consorzio del Chianti Classico e la Camera cinese e la Caws. Quattro anni di formazione, scambi, sviluppo della cultura del vino e soprattutto un comune sforzo per superare i problemi e i tempi dell'import-export di questo prodotto». D'ora in poi si dovrebbe procedere in maniera concertata, senza arrivi sparsi.
«Noi siamo favoriti anche rispetto ad altri Paesi - dice Giuseppe Liberatore, direttore generale del consorzio - abbiamo un sistema di tracciabilità che aiuta la tracciabilità all'origine e che faciliterà gli arrivi».
Il dipartimento del Commercio estero cinese viaggia su valori molto alti, circa 3,87 trilioni di euro, è il quarto bacino mondiale, con un livello di tariffe intorno al 9.8%. L'import è di 1.8 trilioni di dollari. Per il vino sono stati importati 388 milioni di litri, l'import totale è stato di 1,5 miliardi di dollari nel 2012, di cui dall'Italia 31 milioni di litri, pari a 88,9 milioni.
Francia, Australia, Cile e Spagna sono in pole position. Nel 2012 il principale esportatore è stata la Francia, con 127,4 milioni di litri venduti, un aumento annuo dell'8 per cento. Ci sono possibilità di portare in Cina anche le cantine, insomma di esportare l'industria del vino? «Non lo escludiamo», dice Michele Zonin, vicepresidente del l'azienda veneta che in Chianti ha investito 35 anni fa.

Intanto il mercato cinese sta cambiando moltissimo. Ormai con i vini top fuori dalla portata dei più, causa la crisi economica e il cambiamento nei gusti, resta il fatto che, dicono le statistiche, l'anno scorso i cinesi hanno speso in media a testa 200 yuan in acquisti occasionali di vino. Il consumo si sta democratizzando.C'è posto per vini ottimi non particolarmente costosi. Ma c'è bisogno di più qualità: «Il vino di qualità è il vero business in crescita - dice Water Wang, senior vp di Utrans wines, tra top five importatori di vino in Cina - io punto tutto su questo e sono sicuro che è la strada giusta».

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