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Questo articolo è stato pubblicato il 18 giugno 2013 alle ore 06:47.

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PIACENZA
«Il problema della sicurezza alimentare e della lotta alla sofisticazione dei beni di consumo sono molto sentiti in Cina. Le norme sul packaging sono diventare molto rigide. Ma l'Italia ha una filiera di qualità eccellente e la tecnologia sull'imballagio "flessibile" è in grado di soddisfare già oggi gli obiettivi che la nostra disciplina renderà inderogabili nei prossimi anni». È stata la stessa Wennan Ao, vice segretario generale della China Packaging Federation a spiegare perché sabato mattina ha guidato nella sede piacentina di Nordmeccanica, azienda specializzata nel packaging flessibile (in pratica tutte le confezioni morbide per alimentari, profumi e detersivi) una delegazione del ministero dell'Industria di Pechino, assieme a 15 imprenditori cinesi.
Nordmeccanica – 205 dipendenti e 70 milioni di euro di fatturato – detiene una quota del 65% del mercato cinese, dove ha anche aperto un proprio stabilimento nel 2009. In ogni caso, esporta il 99% della propria produzione. Un'avventura iniziata nel 2007, con l'apertura di un ufficio di rappresentanza e vendite "sporadiche". Nel 2009, a Shanghai, si è aperto uno stabilimento da 2mila metri quadrati, poi raddoppiato nel 2012 con un investimento di oltre 2,5 milioni di euro e detenuto al 100% da Nordmeccanica Italia, con l'obiettivo di produrre circa 100/120 macchine l'anno, delle quali, comunque, il 70% dei componenti principali rimane italiano.
«Pensiamo – dice il presidente Antonio Cerciello – che sia necessario "aprire" i nostri stabilimenti italiani a potenziali clienti o anche a quelli che già ci acquistano sul posto, proprio per mostrare la tecnologia italiana e "fidelizzare" le commesse. Quest'anno abbiamo prodotto 120 macchinari per il mercato cinese. A regime contiamo di arrivare a 200-220».
La sede cinese, aggiunge Cerciello, è «destinata a fornire macchine ed assistenza tecnica sia alla Cina che all'area del Sudest asiatico, grazie all'utilizzo di una tecnologia che azzera i residui di solventi contenuti nell'imballaggio alimentare e che le 7-8 aziende cinesi del settore non sono attualmente in grado di realizzare».
La sede cinese è partita con 6 dipendenti, saliti a 28 nel 2012, che raggiungeranno le 40 unità nel 2013. «Il fatturato nel Paese – ha concluso Cerciello – dovrebbe raggiungere gli 8 milioni di euro nel 2013 ma per il 2014 prevediamo 15 milioni e un incremento delle vendite di circa il 30% nel 2013».
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