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Questo articolo è stato pubblicato il 27 giugno 2013 alle ore 06:48.

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Ogni giorno sono 2500. I protesti delle imprese tra gennaio e marzo raggiungono nuovi massimi a 221mila unità coinvolgendo 69mila imprese, tra cui oltre 23mila aziende non individuali. La platea coinvolta delle realtà più strutturate, indicano i dati di Cerved Group, cresce del 12,6% rispetto allo stesso periodo del 2012 arrivando al massimo storico e "bissando" così nel trimestre il nuovo record negativo per i fallimenti.
Dal punto di vista settoriale la crescita è a doppia cifra per industria, servizi ed edilizia, settore quest'ultimo che presenta i tassi di rischiosità maggiore con l'1,7% delle imprese operative oggetto di protesti, quasi il doppio rispetto alla media dell'industria.
All'interno del comparto industriale, dove la crescita media delle società protestate è del 14,7%, gli incrementi riguardano tutti i settori manifatturieri ad eccezione dei prodotti intermedi e dell'hi-tech, con situazioni preoccupanti e balzi nell'ordine del 20% e oltre per componentistica auto, meccanica, sistema casa e largo consumo. In termini geografici, con poco meno di 10mila società protestate, Sud e Isole restano l'area più penalizzata anche se in termini di trend preoccupa la crescita a doppia cifra del fenomeno in numerose regioni chiave dell'economia nazionale tra cui Lombardia, Veneto e Piemonte. Al quadro negativo sui protesti si aggiungono le criticità sul versante dei pagamenti, dove nei primi tre mesi dell'anno si riduce al 45,2% la quota di imprese puntuali, tre punti in meno rispetto allo stesso periodo del 2012. Si paga in media in 79,8 giorni, 1,4 in più rispetto all'inizio del 2012, con termini concordati rimasti stabili a poco più di due mesi e ritardi saliti invece di due giorni, da 19 a 21. Resta ampio il gap tra "big" e Pmi: solo una grande azienda su dieci paga nei tempi pattuiti, quota che invece quadruplica tra le imprese di minori dimensioni.

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