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Questo articolo è stato pubblicato il 17 agosto 2013 alle ore 08:39.

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MILANO.
«Mi auguro che chi acquisirà Lucchini non decida di installare a Piombino un forno elettrico invece dell'altoforno. Ciò provocherebbe un danno enorme all'elettrosiderurgia italiana». Le parole di Amato Stabiumi, amministratore delegato della bresciana Alfa Acciai, il maggiore produttore di tondo per cemento armato d'Italia, sintetizzano al meglio il delicato equilibrio del mercato del rottame italiano e, in generale, dell'industria elettrosiderurgica italiana, la prima in Europa con una produzione di 17,9 milioni di tonnellate e con 40 siti attivi.
Fiaccati dalla crisi di sovraproduzione europea e dai costi ambientali ed energetici, i piccoli forni elettrici del Nord Italia, a più riprese sollecitati dagli osservatori a intraprendere necessari percorsi di ridimensionamento e di aggregazione (appelli che non si sono mai concretizzati) devono fare i conti anche con una dinamica del mercato del rottame destinata a mutare nel medio periodo, vista la presenza ingombrante di nuovi protagonisti molto aggressivi, come la Turchia.
Per l'elettrosiderurgia il rottame è la materia prima da cui avviare il processo produttivo, una vera e propria miniera. Anno dopo anno, però, si trova sempre meno rottame sul mercato e quello che c'è costa molto di più. Ecco spiegata la preoccupazione e il nervosismo di operatori come Alfa Acciai, per i quali il rottame è il pane quotidiano. «Se paragonato al minerale di ferro utilizzato come materia prima dalle acciaierie a ciclo integrale – spiega Gianfranco Tosini, responsabile del centro studi di Siderweb, il portale di riferimento della siderurgia italiana – il prezzo del rottame è molto più rigido e risente meno del minerale del rallentamento della produzione di acciaio».
Nonostante il calo registrato nella prima parte dell'anno (-30%, ma in queste settimane si sta registrando una prima correzione) la dinamica del prezzo del rottame ha oggi riflessi pesanti soprattutto per gli acciaieri italiani, che sono tra i principali consumatori mondiali di rottame: ne utilizzano 20,8 milioni di tonnellate all'anno, a fronte di una disponibilità interna di 15,8 milioni di tonnellate (i maggiori flussi di importazione provengono dalla Germania, dalla Francia, dall'Austria e da tutti i Paesi dell'Est come Ungheria, Repubblica Ceca, Slovenia). Si tratta di una massa inferiore solo a quella espressa dalla già citata Turchia (con 32,4 milioni di tonnellate è la nuova protagonista emergente dell'elettrosiderurgia) e da giganti dell'acciaio come Giappone, Corea, Usa, India e Cina. Dopo la Germania, inoltre, l'Italia è il principale paese della Ue importatore di rottame, ma se si considera l'import al netto delle esportazioni, il mercato tricolore è quello in maggiore sofferenza, messo in crisi dalle incursioni sul terreno europeo degli operatori extracomunitari.
Per questo motivo Federacciai ha sollecitato e recentemente ottenuto, in sede di definizione dell'action plan per la siderurgia europea, l'applicazione di un duty all'export di rottame, pari al contributo di Co2 in esso contenuto. Un modo per proteggere gli operatori dal dumping ambientale praticato da operatori attivi in mercati con normative diverse da quelle europee, ma che utilizzano rottame acquistato sul mercato comunitario.
Non bastassero le difficoltà di mercato e l'arrembaggio dei turchi, gli operatori siderurgici italiani potrebbero rischiare di doversi trovare a che fare con un nuovo concorrente interno, Lucchini, capace di collettare da solo più di 1,5 milioni di tonnellate di rottame, quasi il 10% della disponibilità interna. «Il rottame – ha aggiunto Amato Stabiumi – è già scarso: con un nuovo forno elettrico ci sarebbe un ulteriore peggioramento della situazione, con un'incidenza sul costo del rottame di almeno 10 euro la tonnellata».
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