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Questo articolo è stato pubblicato il 25 settembre 2013 alle ore 06:58.

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MILANO
L'idea del gruppo Mossi & Ghisolfi era (e in fondo resta) quella di investire in impianti per la produzione di bioetanolo di seconda generazione, in cui i biocarburanti vengono fuori non da mais o grano, ma da residui agricoli o colture marginali non destinate al consumo alimentare. C'era (e continua a esserci) la proposta – in siti individuati in Sardegna, Sicilia, Puglia e a Porto Marghera – e c'era (e continua a esserci) un protocollo d'intesa siglato l'11 gennaio tra azienda, presidenza del Consiglio e cinque ministeri per creare le condizioni utili a questo investimento. A mancare (e ormai da aprile) è l'ultimo atto: il regolamento previsto dal protocollo d'intesa per far sì che le bioraffinerie – tutte e non solo quelle di Mossi & Ghisolfi – possano essere costruite senza sorprese. E così, per ora, c'è almeno un miliardo di euro "in sospeso": potrebbe essere investito ma, come nella più italica delle situazioni, è bloccato da iter talmente tortuosi da correre il rischio che tutto si perda in introvabili cassetti ministeriali.
Perché a guardare bene, quello che sta succedendo al secondo gruppo della chimica italiana (dopo Eni Versalis), 3 miliardi di dollari di fatturato di cui un decimo in Italia, è il classico esempio di come anche le migliori intenzioni possano rischiare di soccombere al Moloch della burocrazia. Al ministero dello Sviluppo economico ci vuole un'intera giornata per ricostruire lo stato dell'arte di una situazione che vede l'azienda in attesa del via libera a un regolamento frutto, come detto, di un accordo con il passato Governo Monti. Alla fine, il responso degli uffici del ministero non è dei più rincuoranti: «C'è ancora una valutazione in atto da parte di diversi ministeri. E occorre fare un passaggio presso le regioni». In tutto, comunque, «ci vorranno 10-15 giorni al massimo».
Si vedrà, anche perché l'azienda immaginava invece di dover attendere un placet dal solo ministero dello Sviluppo. E forse già in questi misunderstanding sta la misura di un processo che rischia di incepparsi, non a costo zero e dopo un lungo lavoro. Perché è dai primi mesi del 2012 che il gruppo piemontese si è impegnato nell'azione poi culminata nel protocollo d'intesa, ma il lavoro per arrivare ai biocarburanti di seconda generazione è ben più datato nel tempo: si parla del 2005. All'impianto di Crescentino (Vercelli) – che sarà inaugurato ufficialmente il 9 ottobre – la Mossi & Ghisolfi è però arrivata solo quest'anno, dopo tentativi andati a vuoto per vari intoppi e per le proteste dei comitati del no. «Se non si definiscono bene le regole non possiamo immaginare che qualcuno voglia investire qui in Italia», dice Guido Ghisolfi, vicepresidente di Mossi & Ghisolfi e presidente di Chemtex Italia, la società di ingegneria del Gruppo cui da più parti, da ultimo in Brasile, viene commissionata la realizzazione di impianti come quello di Crescentino con la sua tecnologia brevettata "Proesa". «Io – dice Ghisolfi – sono fiducioso. È una questione di tempi e speriamo che questo regolamento, di cui non ho ancora contezza, arrivi al dunque, per fare chiarezza».
Del resto, la definizione di standard per le produzioni o impatti ambientali, come una maggiore semplificazione delle procedure, messe nero su bianco nel regolamento atteso da Mossi & Ghisolfi, sono ancora più importanti se si pensa a quello che sta accadendo a livello europeo. È la stessa Europa infatti ad aver prescritto che entro il 2020 il 10% dei carburanti debba essere di provenienza biologica, prevedendo che il 2,5% (si veda altro articolo in pagina) debba venire da biocarburanti di seconda generazione. «In Italia – precisa Guido Ghisolfi – il fabbisogno annuo stimato di carburanti è di 40 milioni di tonnellate. Facendo due conti servono quindi almeno un milione di tonnellate di bioetanolo di seconda generazione. Faccio presente che a Crescentino se ne produrranno 50mila tonnellate». Questo impianto ha richiesto 150 milioni di investimento. Per raggiungere l'obiettivo voluto dalla Ue serviranno quindi impianti più grandi, da almeno 250 milioni di investimento. Da qui la stima del miliardo di investimenti zavorrati, con il retrogusto amaro legato al fatto che il regolamento, ovviamente, varrebbe erga omnes.
@An_Bion
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