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Questo articolo è stato pubblicato il 17 ottobre 2013 alle ore 06:47.

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BRESCIA. Dal nostro inviato
Ancora in discesa. I fatturati delle imprese siderurgiche italiane continuano a precipitare. Nel 2012 i ricavi delle aziende della filiera (non solo i produttori, ma anche i distributori, i centri servizio e i fornitori di rottame) sono calati complessivamente del 12 per cento, scendendo sotto la soglia dei 30 miliardi di euro. E anche il 2013, secondo le prime indicazioni delle aziende, sta confermando il trend negativo. Il verdetto è stato ufficializzato ieri durante Bilanci d'acciaio, l'annuale appuntamento organizzato da Siderweb, giunto alla quinta edizione, che ha analizzato oltre 2mila bilanci della filiera. «Bisogna guardare in faccia la realtá - ha spiegato in apertura dei lavori il presidente di Siderweb Emanuele Morandi -. Le ristrutturazioni e le scelte di aggregazione non sono più rinviabili per il settore, l'overcapacity va affrontata».
La filiera è reduce dall'ennesimo annus horribilis, appesantito dalle difficoltà giudiziarie dell'Ilva (il cui bilancio non è stato analizzato perché non ancora depositato) lungo tutta la filiera. E proprio a proposito del futuro del principale ciclo integrale italiano ed europeo, il presidente di Federacciai, Antonio Gozzi, intervenuto ieri al dibattito, ha manifestato grande preoccupazione. «L'Italia farebbe meglio a tenersi stretti gli imprenditori – ha detto -. Senza i Riva c'è il rischio che a Ilva manchino in pochi mesi le risorse per finanziare l'Aia e per far fronte agli onerosi impegni della gestione. C'è stato un deterioramento della marginalità dell'azienda, che si sta aggravando. Non vedo cavalieri bianchi all'orizzonte».
Le altre aziende italiane, nel frattempo, si leccano le ferite. Nel dettaglio, l'analisi di Claudio Teodori, docente di analisi di bilancio dell'Università degli studi di Brescia e curatore della ricerca, ha evidenziato un peggioramento della redditività e della marginalità in tutti i cluster analizzati. I produttori hanno perso il 12% del fatturato, l'11% del valore aggiunto (quindi stabile, quest'ultimo, rispetto al fatturato). «La redditività è scesa del 2-3% rispetto al 2011 – ha detto Teodori -. Quattro cluster su quattro presentano differenziali negativi, due su quattro sono in perdita». Il docente ha posto l'accento anche sull'aspetto finanziario («si è ridotta la capacità di assorbimento dei costi strutturali – ha detto -, e la leva finanziaria è contenuta o negativa»), sottolineando il rischio che gli oneri non siano più sostenibili in futuro, a fronte di una difficoltá di crescita che perdura ormai da anni.
L'analisi di Gianfranco Tosini, responsabile del centro studi di Siderweb, ha evidenziato come le imprese italiane dell'acciaio siano ancora lontane dai livelli pre-crisi. L'Italia è lontana non solo dai big come Cina, India e Brasile, ma è distante pure dai competitor europei: nel 2012 la domanda reale di acciaio è scesa dell'8,2% in Italia, contro il 4,8% della Ue. Le conseguenze sul mercato, come dimostra l'analisi dei bilanci, sono diverse da un cluster all'altro. C'è chi ha scelto di affacciarsi con forza sui mercati esteri, come i produttori di tondo per cemento armato (lontani 30 punti dai picchi pre crisi), ma si tratta di una reazione, ha ricordato Tosini, che «dipende unicamente dall'Algeria, che compra circa 1,5 milioni di tonnellate all'anno dall'Italia. Quando questo apporto verrá a mancare, sarà un problema». Il destino della filiera è quindi un futuro di razionalizzazione, di tagli della capacità produttiva. La speranza è legata alla ripresa dei settori utilizzatori attesa per il 2014, almeno dagli imprenditori intervistati da Bankitalia, «anche se non è chiaro – ha spiegato Matteo Bugamelli, responsabile della divisione struttura economica dell'istituto – che forza avrà la crescita e che settori coinvolgerà».
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