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Questo articolo è stato pubblicato il 18 ottobre 2013 alle ore 11:08.

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F-35: prospettive in ribasso per commesse e occupazione in Italia. Nella foto un Lockheed Martin F35 (Ansa)F-35: prospettive in ribasso per commesse e occupazione in Italia. Nella foto un Lockheed Martin F35 (Ansa)

Ulteriore ritocco al ribasso per i ritorni del programma F-35 in Italia sia in termini di commesse che di posti di lavoro. La seconda audizione dell’amministratore delegato di Finmeccanica, Alessandro Pansa, alla Commissione Difesa della Camera dei Deputati è stata largamente incentrata sull’acquisizione di 90 cacciabombardieri statunitensi da parte di Aeronautica e Marina e sul ruolo dell’industria nazionale nella commessa a Lockheed Martin.  Il sistema costruito intorno al programma dell'F35 «porta a casa ricavi potenziali di 10 miliardi di dollari» (7,4 miliardi di euro), ha detto Pansa  aggiungendo che lo sviluppo di queste potenzialità industriali e occupazionali «dipendono dalla nostra capacità di utilizzare le infrastrutture create per la costruzione delle componenti anche per attrarre la manutenzione della parte avionica e elettronica dei velivoli inglesi, olandesi e norvegesi oltre a quelli Usa di stanza in Europa. Nel momento in cui fossimo in condizione di poterli attrarre, e pensiamo di poterlo fare, l'occupazione complessiva che negli anni si potrebbe generare è di 5000 persone», ha aggiunto l’ad  precisando che «le società italiane coinvolte nel programma sono attualmente 90 e i contratti stipulati finora ammontano a 765 milioni di dollari 565 dei quali per Finmeccanica».

Gli ultimi dati diffusi dalla Difesa in estate riferivano di oltre 6 mila posti di lavoro (solo un anno fa Segredifesa ne annunciò addirittura oltre 10 mila) con ricadute industriali stimate 14,7 miliardi di dollari (10,7 miliardi di euro) a fronte di una spesa prevista per l’acquisto dei 90 velivoli e del relativo supporto di 12,1 miliardi di euro più i 2,5 spesi negli anni scorsi per lo sviluppo del programma e la realizzazione dello stabilimento di Cameri (Faco) dove Alenia Aermacchi produrrà 800 ali e verranno eseguite assemblaggio e manutenzione degli aerei destinati alle forze italiane e olandesi.

Le valutazioni di Pansa, se da un lato rivedono al ribasso le previsioni di business più volte enfatizzate dal ministero della Difesa e dai vertici militari, dall’altro rischiano di apparire troppo ottimistiche. La mole di lavoro prevista a Cameri è in netto ribasso dopo che l’Olanda ha tagliato la sua commessa da 85 a 37 velivoli F-35 al punto che la Faco ha carichi di lavoro previsti pari, negli anni di lavoro più intensi per il programma F-35, a meno di un aereo al mese.

La possibilità che britannici e norvegesi mandino i loro aerei in Italia per la manutenzione sembrano poi davvero esigue specie dopo che Oslo ha deciso di negoziare con Londra l’assistenza tecnica alla sua flotta (48 gli aerei previsti) che era inizialmente prevista in Italia.

Anche il giro d’affari determinato dalla manutenzione degli F-35 statunitensi schierati in Europa non è scontato. Il disimpegno progressivo dall’Europa delle forze statunitensi e i tagli al budget del Pentagono potrebbero imporre nei prossimi 7/10 anni un’ulteriore riduzione dei reparti di volo da combattimento che Washington manterrà nel Vecchio Continente mentre le pressioni interne, soprattutto quelle al Congresso, potrebbero comportare l’accentramento di tutte le attività manutentive negli stabilimenti americani. Del resto contare sul supporto di Washington per rendere “più digeribile” l’acquisizione degli F-35 da parte dell’Italia è illusorio come dimostrano anche le progressive cancellazioni di tutte le commesse statunitensi per velivoli italiani attuate dall’amministrazione Obama: dagli elicotteri presidenziali AW-101 di Agusta Westland ai cargo tattici C-27J per Usaf e Us Army fino ai trasporti G-222 di seconda mano per le forze afghane.

Pansa, che nella prima audizione in commissione Difesa il 26 settembre aveva precisato che sull’F-35 Finmeccanica è un «esecutore intelligente di scelte altrui», ha confermato che la riduzione della commessa italiana da 130 a 90 velivoli decisa dal governo Monti ha fatto scendere  «da 1000 a 800» le ali di F-35 da costruire nel nostro Paese ma ha mostrato ottimismo circa il costo dei velivoli indicato in 90-95 milioni di euro ognuno.

Un dato difficile da stabilire sia perché il velivolo, nonostante gli esemplari già prodotti abbiano raggiunto complessivamente le 10 mila ore di volo, non ha ancora completato il suo sviluppo e secondo il Pentagono deve ancora risolvere molti problemi tecnici. Non sembra quindi ancora possibile prevedere quale sarà il costo finale del velivolo ma vale la pena ricordare che l’ordine per 112 Eurofighter Typhoon Tranche 3 (i jet europei che hanno piena capacità di attacco al suolo e che la Germania adotta in questo ruolo invece di acquistare l’F-35) da parte delle forze aeree italiana, tedesca, spagnola e britannica comportò nel 2009 un costo di 9 miliardi di euro, pari a 80,3 milioni a velivolo.

Circa il cacciabombardiere europeo di cui anche l’industria italiana è produttrice Pansa ha ribadito gli sforzi per l’export del velivolo dichiarando che «Finmeccanica e l'Italia non hanno nessuna intenzione di abbandonare l’Eurofighter perché rappresenta un concentrato di tecnologia da noi sviluppata che è probabilmente il meglio di quanto siamo stati capaci di inventare. Noi rappresentiamo il 20% della parte aerostrutturale e circa il 50% della parte elettronica imbarcata sull'aereo. Gli Eurofighter rappresentano la spina dorsale della difesa aerea del nostro Paese e in Libia si sono dimostrati i mezzi più efficienti tra quelli utilizzati».

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