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Questo articolo è stato pubblicato il 27 marzo 2014 alle ore 06:36.

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Una dieta così prolungata non se la ricorda nessuno tra gli operatori. Anche perché l'alimentare è stato sempre vissuto come un settore anticiclico, cioè scarsamente sensibile ai su e giù del ciclo economico. Certo siamo lontanissimi dal crollo dell'industria dell'auto o della meccanica, anche per quanto riguarda la gestione degli esuberi e della cassa integrazione.
Per esempio nel 2013, il calo della domanda di food & beverage ha toccato il -4% mentre la contrazione della produzione alimentare (132 miliardi) si è attestata a -1%, grazie all'ammortizzatore dell'export (+5,8%). Sono scivolate le vendite pressoché di tutti i prodotti, compresi quelli della tradizione italiana, come pasta, riso, frutta e ortaggi. Le famiglie hanno abbandonato il manzo e il vitello per i più economici pollo e tacchino; hanno trascurato le marche (se prive di promozioni) per puntare sul brand del distributore e su quelli anonimi dei discount. «C'è stata una polarizzazione tra riso di alta qualità e prodotto low cost – osserva Dario Scotti, industriale del riso (220 milioni di fatturato) –. L'industria di marca si può salvare solo puntando sul valore del prodotto, come abbiamo fatto noi». Alla fine la domanda di mercato in questi ultimi anni «ha subito delle limature dell'1-2% – sostiene Scotti –, ma ha tenuto: forse perché un piatto di riso costa molto poco ed è un prodotto nutriente».
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