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Questo articolo è stato pubblicato il 04 aprile 2014 alle ore 18:06.
L'ultima modifica è del 05 aprile 2014 alle ore 16:54.

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Quota 95% di copertura in Veneto: un dato che sembra incoraggiante, ma che non tiene conto del fatto che se fino a qualche anno fa poteva bastare una connessione a 2Mbps, oggi la "vera" banda larga deve viaggiare almeno a 20 o 30.

Gli industriali delle diverse province hanno chiesto ai territori quale fosse esattamente la situazione. A Treviso, molte imprese sono costrette a rinunciare a crescere con le nuove tecnologie, soprattutto nei comuni a cavallo con la provincia di Venezia, e questo nonostante le ripetute segnalazioni e la disponibilità ad aggregarsi per sostenere gli investimenti necessari. A Venezia le lamentele su connettività e copertura riguardano Portogruaro e Miranese. A Rovigo, l'obsolescenza delle centrali telefoniche, che sono prevalentemente analogiche e non digitali, rendono difficile parlare di competitività: ci sono aziende che dipendono da collegamenti satellitari, altre, come la Cartiera del Polesine Spa, una installato una propria centrale accollandosi tutti gli oneri. A Verona in molte aree disservizi e limitazioni di banda non si contano, nel Bellunese la reale copertura dipende dalla distanza fra centrale telefonica e apparati da collegare; alcune centrali, sature, non sono in grado di accettare altre connessioni e la situazione è a macchia di leopardo, con "buchi" anche all'interno di zone teoricamente servite.

Nel Padovano molte sono le linee deboli e lente, nel Vicentino il digital divide non risparmia zone di distretti storicamente a forte presenza manifatturiera; quest'ultima è anche la provincia in cui opera l'azienda di Roberto Zuccato, presidente degli industriali veneti: «La banda larga è uno dei pilastri su cui costruire la ripresa – spiega – ma occorre stendere al più presto un piano per mettere le aziende in grado di lavorare. Oggi qui l'80 per cento delle imprese lavora con l'estero, occorre rispondere in tempo reale alle richieste dei clienti, immagini e progetti devono poter viaggiare fra i designer e i centri di prototipazione, eppure in molti casi si hanno le mani legate da un collegamento lento o instabile».

Quelle raccolte dalle associazioni territoriali sono testimonianze di difficoltà quotidiane, non dati oggettivi: né potrebbero esserlo perché un catasto delle reti nemmeno esiste: «Abbiamo chiesto al presidente della regione Luca Zaia di individuare con urgenza un soggetto capace di gestire la situazione – dice Gianni Potti, consigliere delegato di Confindustria Veneto per Agenda digitale e Smart City – e programmare il futuro partendo dalla situazione attuale. Nelle aree di "fallimento del mercato", dove cioè il ritorno per un operatore sarebbe minore dell'investimento necessario, andranno individuati fondi comunitari per garantire la connessione. Oggi le zone in difficoltà sono molte, perfino dove operano realtà come il politecnico calzaturiero».

Non è chiaro nemmeno quante siano le reti "dormienti", quelle cioè posate negli anni passati, quando diversi soggetti scavavano e posavano cavi nelle città venete in cantieri disseminati un po' ovunque, e oggi inutilizzate.

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