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Questo articolo è stato pubblicato il 07 maggio 2014 alle ore 09:28.

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Il ministero delle Infrastrutture cerca di tirar fuori dalle secche il progetto "Tempa Rossa". Si tratta della parte logistica del giacimento petrolifero della Basilicata che dovrà essere costruita a Taranto con investimenti complessivi per 300 milioni di euro. Taranto per tre motivi: perché è l'approdo a mare attrezzato più vicino a "Tempa Rossa"; perché vi arriva già il petrolio estratto dall'altro giacimento della Basilicata, quello della Val d'Agri; perché vi sono giá le opere a mare della raffineria Eni che sarà base di ricezione, stoccaggio e smistamento del petrolio lucano.

È stata la Total, una delle multinazionali che insieme a Shell e ai giapponesi di Mitsui, gestisce l'estrazione da "Tempa Rossa" a porre al ministero delle Infrastrutture il caso Taranto, lamentando il blocco degli investimenti e del piano regolatore portuale che comprende le opere programmate, ma anche ricordando come il progetto sia stato ritenuto da tempo strategico dal Cipe. Il sottosegretario alle Infrastrutture e Trasporti, Umberto Del Basso De Caro, che ha presieduto il vertice con i rappresentanti dello Sviluppo economico, del Consiglio superiore dei lavori pubblici, nonché di Shell, Eni, Regione Puglia, presidente dell'Autorità portuale di Taranto e sindaco di Taranto, ha annunciato che il ministero verificherà la possibilità di una procedura centralizzata per sciogliere il nodo delle autorizzazioni partendo appunto dall'approvazione del Cipe. Sul blocco del piano regolatore portuale, il sindaco di Taranto, Ezio Stefáno, ha spiegato che ora si attendono le decisioni della Regione Puglia cui è stato chiesto di evitare per il prg del porto la Vas, la Valutazione ambientale strategica, avendola già fatta l'Autorità portuale.

La Regione Puglia non ha ancora risposto. Rimangono quindi un punto interrogativo i tempi di approvazione del prg portuale considerato che il via libera della Regione Puglia, competente sugli strumenti urbanistici, ha bisogno anzitutto della variante al piano regolatore generale da parte del Comune di Taranto. Quest'ultima, a sua volta, va approvata dal Consiglio comunale e pubblicata per eventuali osservazioni. Tuttavia, prima di procedere, il Comune vuole sapere cosa deciderà la Regione Puglia sulla Vas. Ecco perché il ministero delle Infrastrutture ora sta pensando ad una strada diversa per "disincagliare" le opere di "Tempa Rossa".
L'appendice tarantina del progetto prevede che attraverso una bretella di collegamento di una decina di chilometri il petrolio estratto a "Tempa Rossa" (2,7 milioni di tonnellate annue) sia "instradato" verso l'oleodotto di Viggiano sempre in Basilicata, già esistente, e da qui raggiunga Taranto. Nell'area del porto si tratta di costruire due serbatoi per 180mila metri cubi di ricezione complessiva. I due serbatoi funzionerebbero alternativamente per la ricezione del greggio e il carico delle navi. Inoltre va allungato di circa 300 metri il pontile petroli esistente. Aumenterebbe anche il traffico navale: di un centinaio di unità rispetto al movimento attuale. Passerebbe infatti da 45 a circa 140 navi l'anno. Shell, Total e Mitsui farebbero affluire a Taranto le navi che devono caricare il greggio per trasferirlo sui mercati. Una base logistica, dunque, e nessuna lavorazione del greggio in arrivo. Però, senza il via libera al piano regolatore portuale e le necessarie autorizzazioni, tutto rimane fermo.

Ma non é solo la fase autorizzativa ad essere tortuosa. C'è anche una certa avversità al progetto "Tempa Rossa" se si considera che un movimento ambientalista di Taranto ha fatto appello alla commissione Petizioni del Parlamento Europeo, anche se da Bruxelles hanno risposto che per ora non sono state riscontrate violazioni alla legge Seveso, e che nel 2012 proprio il Consiglio comunale di Taranto, con un ordine del giorno, ha detto no all'avanzamento delle opere "Tempa Rossa". Una posizione, questa, influenzata dalle vicende Ilva in quanto si era a pochi mesi dal sequestro degli impianti dell'area a caldo del siderurgico di Taranto ordinato dal gip con l'accusa di disastro ambientale.
Stasi e colpi di freno provocano intanto insofferenza nei manager di Shell e Total che, mesi fa, sono stati a Taranto per cercare di capire cosa stesse succedendo e perché tutto fosse fermo. "La cosa più difficile da spiegare agli emissari di grandi compagnie straniere è la complessità della nostra burocrazia - commenta Sergio Prete, presidente dell'Autorità portuale, che gli ha incontrati -. A Taranto accade con gli investitori di "Tempa Rossa" ma anche con Hutchinson ed Evergreen per il terminal container".

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