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Bp: «Pozzo chiuso definitivamente»

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Questo articolo è stato pubblicato il 04 agosto 2010 alle ore 09:03.

L'operazione «static kill», finalizzata a tappare il pozzo di petrolio che ha originato la marea nera nel Golfo del Messico, ha raggiunto «l'obiettivo perseguito». Lo ha annunciato la British Petroleum (Bp). «La pressione del pozzo è ora contenuta dalla pressione idrostatica dei fanghi iniettati, che era l'obiettivo perseguito dall'operazione», ha dichiarato il gruppo in un comunicato. Il metodo «static kill» consiste nel pompare una miscela di fango e cemento per «stroncare» il pozzo Macondo, completando la messa in funzione dei pozzi di soccorso.

L'operazione prevede la chiusura definitiva del pozzo cementandolo dall'interno: senza rimuovere il tappo, i tecnici calano fango e cemento da una delle imbarcazioni che si trovano in superficie. Si tratta di una tecnica abituale per il settore petrolifero, ma mai sperimentata a queste profondità. L'operazione richiede un minimo di 24 ore per essere portata a compimento. Solo allora, quando il pozzo sarà "tappato" dall'interno, si potrà dire che la fuga di petrolio più grave di sempre ha smesso di far paura.

L'unità di crisi della Casa Bianca e i tecnici della BP, insieme al team di scienziati e ingegneri che da mesi lavorano sull'emergenza, ieri ha reso noto ufficialmente il bilancio definitivo dell'emergenza ambientale più grave di sempre, almeno per quanto riguarda le fughe di petrolio. Il comunicato parla di settecentottanta milioni di litri di petrolio: quasi 5 milioni di barili. Un mare. Nel Golfo del Messico è fuoriuscita una quantità pari a 53 mila barili di petrolio al giorno. Sgorgando dal fondo del mare ad una profondità di 1.500 metri, quella fuga di petrolio è continuata inesorabile dal 22 aprile (giorno in cui la Deepwater Horizon è affondata) fino al 15 luglio.

Quel giorno i tecnici della BP sono riusciti, dopo tre tentativi falliti, a mettere un «tappo» così forte da riuscire a contenere il greggio. Un tappo alto 16 metri e pesante 80 tonnellate. Da allora il petrolio ha smesso di uscire. Ma per i precedenti 85 giorni aveva rovesciato in mare dai 50 ai 60 mila barili di petrolio al giorno. Che hanno avvelenato acque e terre, paludi e spiagge, animali e uomini, obbligando le autorità a vietare la pesca e le attività turistiche.

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Tags Correlati: Bp | BP | Florida State University | Golfo del Messico | Tutela ambientale

 

Inizialmente BP parlò di perdite contenute tra i 1.000 e i 5.000 barili. Oggi, a tre mesi di distanza, ecco le cifre ufficiali. Sono dieci volte superiori. «Si tratta della più grave fuga di petrolio conosciuta dall'uomo - ha commentato Ian R. MacDonald, professore di Oceanografia presso la Florida State University -. Temo che nell'ecosistema continueremo a pagare le conseguenze di questo disastro per il resto della nostra vita». Di quel petrolio sono stati recuperati circa 800mila barili, pari a 127 milioni di litri. Il resto è stato disperso dall'impiego di oltre 7 milioni di litri di solventi oppure è finito assorbito nell'ecosistema.

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