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Questo articolo è stato pubblicato il 04 marzo 2011 alle ore 15:41.

Manifesto AseanManifesto Asean

primo ministro cambogiano Hun Sen l'ha fatto, ciò ha suscitato ancor più impressione dei morti negli scontri).

Col meeting del 22 febbraio, l'Asean ha materializzato l'altro concetto tutto asiatico secondo cui una crisi è anche un'opportunità, riuscendo a imporsi come garante e controllore in vece del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (il cui intervento era osteggiato dalla Thailandia). In un momento in cui l'ONU è troppo impegnata in altri affari planetari, l'Asean ha colto l'opportunità di dimostrare che un organismo regionale può essere più efficace. In un certo senso è tornata alla vocazione delle origini.

Quando fu fondata, l'8 agosto 1967, la sua raison d'être era di formare un fronte alternativo alle due superpotenze della Guerra Fredda: Stati Uniti e Unione Sovietica. Secondo altri, come in un recente editoriale dell'Economist, fu generata dalla solidarietà anticomunista (gli stati fondatori furono Thailandia, Indonesia, Malaysia, Filippine e Singapore). Ma il suo successivo allargamento (seguirono il Brunei nel 1985, in Vietnam nel '95, Laos e Birmania nel '97 e Cambogia nel '98), disegna il progetto di una "Regional Architecture" concepita per sottrarsi a un'influenza dominante.

I prossimi dieci mesi, sin quando l'Indonesia manterrà la presidenza di turno, saranno decisivi: è l'Indonesia la maggior interessata a un rafforzamento dell'Asean. Se ciò accadrà, i paesi del sud-est asiatico avranno davvero fatto un grande passo avanti verso quella zona di libero scambio che dovrebbe essere istituita nel 2015 sul modello della CEE. In questo modo, come ha detto il premier thailandese Abhisit, i paesi dell'Asean potrebbero liberarsi dalla dipendenza dell'Occidente come "unico consumatore dei beni prodotti qui". Con una popolazione di quasi 600 milioni e un PIL superiore a quello indiano, l'Asean potrebbe divenire strategico nell'equilibrio globale, ago della bilancia tra gli Stati Uniti, Cina e India.
È una strada lastricata di buone intenzioni e piena di trappole. La prima è proprio il conflitto thai-cambogiano: il 4 marzo il governo thai ha protestato contro la visita di un gruppo di attaché militari sul fronte cambogiano. Era speculare a quella effettuata dalla parte thailandese, ma per i vertici di Bangkok si è trattato di una provocazione perché si è svolta anche nelle aree contestate. Altra incognita è rappresentata dal Myanmar: secondo il giornalista Bertil Lintner, uno dei maggiori esperti dell'area, il regime birmano sta producendo missili di tipo Scud con l'assistenza di tecnici nord-coreani. Secondo Lintner, poiché nessun altro paese dell'area possiede armi a lungo raggio, ciò potrebbe creare un forte squilibrio locale. E quindi minare la nuova strategia di mediazione dell'Asean.

A riequilibrare la situazione, ci pensa la Cina. Nonostante i suoi stratosferici investimenti in tutti i paesi dell'Asean, con cui ha concluso un accordo di libero scambio (l'ASEAN-China Free Trade Agreement), è sempre più spesso considerata come un Grande Fratello troppo ingombrante (i legami tra Corea del Nord e Myanmar ne sono la prova) e di cui si ricorda un passato imperialista. Preoccupa anche la sua crescente aggressività, specie per le rivendicazioni sulle isole del Mar Cinese Meridionale, reclamate anche da 4 stati dell'Asean (Filippine, Vietnam, Malaysia e Brunei) e da Taiwan. L'ultimo incidente è del 3 marzo, quando le Filippine hanno inviato due aerei per contrastare i guardacoste cinesi che bloccavano una nave da ricerche petrolifere. Intanto, un altro problema preoccupa i ministri degli esteri dell'Asean: la proposta di organizzare i mondiali di calcio del 2030.

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