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Questo articolo è stato pubblicato il 29 settembre 2011 alle ore 06:40.

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ROMA
Un esito scontato ma la quota 315, con cui viene respinta la mozione di sfiducia contro il ministro Saverio Romano, è perfino migliore delle aspettative soprattutto se si aggiungono le sei assenze del Pdl per ragioni – sembra – giustificate. Tant'è che il ministro (su cui pende un'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa) appena incassata la vittoria va dal premier e poi dai cronisti: «Berlusconi è soddisfatto: senza le assenze saremmo potuti arrivare a 325 voti, una maggioranza ampia che può fare le riforme». Se da quel lato si canta vittoria, dall'altro – quello del Pd – scoppia il caso dei Radicali. I sei deputati decidono di non partecipare al voto per protesta contro l'indifferenza verso la questione carceri: l'annuncio lo fanno in Aula (preceduto da cartelli con la scritta "Amnistia") ma senza che fosse stato avvertito nessuno. La reazione è stata immediata e forte: si è notata l'insofferenza di Rosy Bindi e di Enrico Letta mentre al termine della seduta il capogruppo Dario Franceschini ha fatto sapere che oggi ci sarà un direttivo del gruppo per decidere l'espulsione dei radicali.
Ma la tensione era un po' ovunque. In Translantico dove passeggiava Giulio Tremonti (stavolta era presente a differenza che nel voto sugli arresti per Marco Milanese) nel pieno del suo braccio di ferro con il premier su Bankitalia, mentre in Aula scoppia la bagarre tra il Fli e l'Idv con la Lega. Così uscendo dall'Aula Gianfranco Fini commenta: «Per l'esperienza che ho mi sembra si sia aperta la campagna elettorale».
Silvio Berlusconi è in Aula, si intrattiene a parlare con i suoi e si dice «amareggiato» anche alla vigilia del suo compleanno, «non c'è niente da festeggiare, le Procure mi stanno preparando un bel regalo». Più tardi i suoi fedelissimi riferiranno le sue parole testuali: «Ci vuole una commissione d'inchiesta sul comportamento dei magistrati». «Uno di questi giorni – ha aggiunto – vado in tv ed esplodo». Poi, intervistato dal Tg5 che gli chiede quale regalo vorrebbe ricevere per i suoi 75 anni risponde: «In un momento così difficile per l'Occidente, per l'Europa e per l'Italia mi piacerebbe che si mettessero da parte i contrasti e gli scontri e si lavorasse tutti insieme per rilanciare l'economia e uscire da questa crisi». Comunque il voto di ieri ha sollevato il premier che può ancora contare su una maggioranza solida nonostante tutto.
A tenere è ancora la Lega che ieri ha votato compatta e senza alcuna assenza. Umberto Bossi è arrivato al momento del voto prendendo posto proprio accanto al ministro dell'Agricoltura Romano e uscendo ha detto parole in tono con il premier: «Voto normale. I primi a far casino sono i magistrati che prima dicono no al rinvio a giudizio e poi vogliono far ripartire il processo». Sulla rete si scatenano le proteste e gli sfoghi dei militanti («non vi voto più») mentre in Aula l'intervento del leghista Sebastiano Fogliato elenca lungamente le tematiche di interesse del Carroccio: si va dal vino al formaggio, dalla pac agli animali clonati. Alla fine scoppia la bagarre con i deputati di Fli che espongono cartelli "Alla faccia della LEGA-lità" scatenando le urla dei padani. Ed è andato dritto sulla Lega pure Antonio Di Pietro: «Io chiedo a Maroni come farà a dare un voto di fiducia al ministro Romano. Vorrei sapere perché ciò che vale per i consigli comunali, obbligati a sciogliersi per sospetti di infiltrazioni mafiose, non valga per il consiglio dei ministri». E alla fine l'ex Pm mostra ai cronisti una vignetta nella quale campeggia una poltrona color verde-padania.
In Aula il ministro Romano si è difeso da solo in un lungo intervento nel quale ha chiamato in causa una giustizia comunque inefficiente «che, se sono colpevole, mi ha lasciato libero per otto anni e se sono innocente vuole inquisirmi dopo otto anni per fatti cristallizzati dal '99 al 2001». Il ministro definisce «odiosa» la mozione e tira in ballo «i cari colleghi dell'Udc» (partito a cui prima era iscritto) e punta l'indice contro «quello che un tempo era l'ordine giudiziario e che ormai ha soverchiato il Parlamento e ne vuole condizionare le scelte». Fuori da Montecitorio erano in pochi a protestare nonostante le convocazioni del Popolo viola.
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