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Questo articolo è stato pubblicato il 06 novembre 2011 alle ore 14:19.

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ROMA - L'ipotesi di salire al Colle non l'ha presa in considerazione. Non per ora almeno. Silvio Berlusconi, dopo la notte trascorsa con Letta, Alfano e Verdini a fare i conti sui transfughi della maggioranza, ha scelto di aspettare il verdetto sul rendiconto generale che arriverà martedì dalla Camera. Solo una volta conteggiati i voti a disposizione della maggioranza deciderà il da farsi. Nel frattempo smentisce qualunque ipotesi di passi indietro e derubrica a «chiacchiere e pettegolezzi», le voci insistenti sulle sue dimissioni messe in giro – scrive in una nota il premier – dai «nostalgici della prima Repubblica». Una dichiarazione che arriva nel tardo pomeriggio dopo che (complice anche la sua mancata partenza per Milano) più di qualcuno non aveva escluso una sua visita al Capo dello Stato.

Dopo aver ascoltato il bollettino di guerra stilatogli da Alfano e Verdini, il Cavaliere si è rimesso l'elmetto intenzionato ad andare avanti fino a quando il game over non sarà certificato da un voto parlamentare: «La responsabilità nei confronti degli elettori e del Paese impongono a noi e al nostro governo di continuare nella battaglia di civiltà che stiamo conducendo in questo difficile momento di crisi».

Parole che servono soprattutto a evitare il rompete le righe tra le sue fila, già duramente messe alla prova dai ripetuti abbandoni di questi giorni. Come quelle inviate alle agenzie di stampa poco prima da Angelino Alfano, che apre a una «riflessione» per favorire «il più vasto concorso possibile di forze politiche e sociali» per rispondere alla crisi (frase nella quale molti leggono la possibilità di rinunciare alla fiducia sul maxiemendamento). Il segretario del Pdl fa espressamente riferimento alla situazione «politico-parlamentare», che si potrebbe derminare in occasione del voto sul rendiconto ribadendo allo stesso tempo il «no» alle dimissioni del governo. Alfano in sostanza rilancia la disponibilità ad un allargamento della maggioranza. Destinatario del messaggio è anzitutto Pierferdinando Casini, come dice espressamente Osvaldo Napoli (Pdl) che invita Berlusconi a salire al Quirinale subito dopo il voto sul rendicondo per comunicare al Capo dello Stato l'intenzione di voler ampliare la base della sua maggioranza. Ma sia Casini che Fini hanno già detto e ripetuto che fino a quando Berlusconi resterà a Palazzo Chigi non ci saranno spazi per collaborare.

«Tranquilli, la maggioranza c'è», continuava a ripetere anche ieri il premier, intervenendo telefonicamente a un raduno del Pdl organizzato dal ministro Brambilla. In realtà i dati che Verdini gli ha messo l'altra notte sulla scrivania sono tutt'altro che rassicuranti: «Sulla Camera non abbiamo più certezze». Berlusconi si sta spendendo in prima persona per riportare all'ovile i transfughi. Ma quando anche un big come Roberto Formigoni gli ingiunge di farsi da parte per il bene del Paese, si capisce quanto ormai l'ipotesi di una sua uscita da Palazzo Chigi stia prendendo piede. «Sarebbe una scelta saggia», spiega il governatore della Lombardia, perché – aggiunge – quel che conta è realizzare gli impegni con l'Europa «più che la sopravvivenza del governo», e per farlo non si può andare avanti con una maggioranza «straordinariamente esile» come quella attuale. La pensano così in molti. Adolfo Urso, l'ex finiano che assieme a Pippo Scalia, Antonio Buonfiglio e Andrea Ronchi lavora al ricongiungimento dell'ala moderata ieri ha sollecitato Berlusconi ad «ammettere» di non avere la forza per andare avanti da solo e a proporre al terzo polo un «patto» che in cambio del loro consenso alle prime misure anticrisi lascerà alla fine dell'anno la premiership, favorendo la nascita di un altro esecutivo per il completamento della legislatura.

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