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Questo articolo è stato pubblicato il 07 gennaio 2012 alle ore 09:34.

Nelle cinque sedute di inizio anno il titolo UniCredit ha perso il 38% del suo valore, passando dai 6,42 euro del 30 dicembre ai 3,982 euro di ieri. Per quanto la discesa sia brusca, non si tratta di un crollo improvviso, bensì di una correzione annunciata. Il 4 gennaio infatti UniCredit ha comunicato le condizioni dell'aumento di capitale da 7,5 miliardi. Non solo l'operazione è di importo record, ma, per essere digerita, ha dovuto essere proposta a forte sconto, innescando la reazione tecnica di cui hanno fatto le spese le quotazioni di Borsa della banca.

Di cosa si tratta? Il prezzo di emissione delle nuove azioni – 1,943 euro (equivalente a un prezzo di 0,1943 euro prima del raggruppamento delle azioni avvenuto il 27 dicembre) – è inferiore del 43% alla quotazione teorica del titolo UniCredit dopo lo stacco del diritto d'opzione a sottoscrivere l'aumento di capitale, calcolato sul prezzo di Borsa del 3 gennaio. Ogni azione attualmente in circolazione – di qualsiasi categoria, e cioè ordinaria o di risparmio – permetterà di staccare un diritto che consentirà di sottoscrivere due nuove azioni ordinarie al prezzo stabilito di 1,943 euro.

Ora, per far spazio ai nuovi titoli, il prezzo delle vecchie azioni si sta già adeguando. Prima che si conoscessero le condizioni dell'aumento, UniCredit capitalizzava in Borsa 12,2 miliardi. Se questo è da considerare un valore "giusto", l'aumento di capitale non fa altro che aggiungere 7,5 miliardi di capitalizzazione, pari ai soldi che saranno raccolti con l'operazione. La nuova capitalizzazione complessiva di 19,7 miliardi di euro si spalmerà però su un numero di azioni triplicato a 5,788 miliardi. Poichè l'importo dell'aumento non è proporzionale al numero delle nuove azioni in emissione, il valore unitario dei titoli che formano il nuovo capitale si ridurrà. Un calcolo approssimativo, molto semplice, può aiutare a capire cosa sta succedendo.

Tralasciamo le azioni di risparmio che sono poche. Pre-annuncio, alla chiusura del 3 gennaio scorso, dunque, un investitore aveva in mano un'azione UniCredit che per la Borsa valeva 6,33 euro. Ad aumento di capitale avvenuto, per ogni vecchia azione posseduta in precedenza l'investitore si ritroverà in portafoglio due titoli in più, pagati 1,943 euro l'uno. Complessivamente perciò il suo pacchetto "varrà" 10,2 euro, equivalente a un prezzo medio di 3,4 euro per ciascuna delle tre azioni in portafoglio.

Nonostante i violenti ribassi delle ultime sedute, iol titolo è ancora a un livello – 3,982 euro – teoricamente superiore a quello al quale avrebbe potuto approdare se avesse scontato in anticipo l'intera ricapitalizzazione. Sono possibili ulteriori aggiustamenti, tanto più che dalla settimana prossima interverranno gli arbitraggi tra azioni e diritti. Lunedì infatti le azioni staccheranno i diritti che saranno negoziati separatamente fino al 20 gennaio. Rispetto alle quotazioni di Borsa di ieri, il prezzo teorico delle azioni post stacco del diritto (Terp) è di 2,6227 euro, mentre il valore teorico del diritto è di 1,3593 euro (la somma delle due parti fa esattamente il prezzo dell'azione "intera" di 3,982 euro).

Potrà succedere che vengano ancora vendute azioni per "finanziare" la sottoscrizione dell'aumento di capitale senza sborsare altri quattrini: tattica utilizzata da investitori individuali e istituzionali che non vogliano o non possano aumentare l'importo investito su UniCredit, lasciandosi così "diluire" parzialmente. Se il diritto quoterà a sconto rispetto al suo valore teorico, converrà vendere più azioni per sottoscrivere più diritti. Se invece tratterà a premio, converrà vendere un maggior numero di diritti e tenersi le azioni. Quel che è certo è che i movimenti di questi giorni – tra l'altro monitorati dalla Consob per prevenire manipolazioni speculative – non possono essere interpretati come segnali di fiducia o sfiducia del mercato, perchè sono in realtà "indotti" dalle caratteristiche stesse dell'operazione.

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