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Questo articolo è stato pubblicato il 02 marzo 2012 alle ore 06:40.

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MOSCA. Dal nostro inviato
«Al mattino faccio sempre una gran fatica a svegliarmi». Così, lasciandosi andare a una rara confessione di umana debolezza, Vladimir Putin ha fatto intendere che una volta rieletto presidente cancellerà la decisione di Dmitrij Medvedev di mantenere l'ora legale anche d'inverno, e farà felici milioni di adulti e bambini costretti ad alzarsi e andare a scuola o al lavoro al buio. Ma per l'uomo che domenica riprenderà le chiavi del Cremlino - i sondaggi ormai lo vedono vincitore già al primo turno - questa sarà, probabilmente, la promessa più semplice da mantenere. Ogni altro impegno, preso da un Putin incalzato dalle proteste e in cerca di consenso per zittirle, avrà un costo elevato: l'ultimo calcolo parla di 120 miliardi di euro in spese sociali e di un budget costretto a contare su un prezzo del petrolio a 150 dollari il barile per mantenersi in parità.
«Ogni nostra azione ha un solo scopo, migliorare la qualità della vita dei cittadini russi», ha detto mercoledì scorso Putin definendo «realistici» i piani del Governo di non alzare l'età pensionabile (oggi a 55 e 60 anni in Russia), ma di continuare ad alzare le pensioni in aprile, dopo il +7% concesso a gennaio. Lui stesso però mette le mani avanti accennando a un possibile aumento dell'inflazione, da aspettarsi in estate, quando entreranno in campo gli aumenti di luce e gas rinviati nella fase elettorale. Il lungo elenco delle promesse prevede poi aumenti per gli insegnanti, i medici e le forze dell'ordine, per non parlare delle spese militari o dei sussidi agli agricoltori, sconti sul diesel nella stagione della semina. Quando l'autunno scorso Aleksej Kudrin lasciò il ministero delle Finanze definendo insostenibili i piani di spesa del Governo, trasmise il posto al proprio vice, Anton Siluanov, meno rigido ma ora altrettanto preoccupato: «Si tratta di scegliere tra la stabilità e decisioni non garantite da reali possibilità di finanziamento».
Eppure proprio la stabilità è il cuore dell'offerta di Putin al Paese, la parola chiave con cui mira a convincere, oltre che i russi, gli investitori stranieri. Anche nei confronti di questi ultimi la campagna elettorale è stata una successione di promesse - la sua "roadmap" verso una nuova economia - che un leader costretto alla difensiva potrebbe faticare a mantenere. Il futuro presidente vuol riportare la Russia a tassi di crescita del 6-7% (per il 2012 si prevede un 3,5%), vuole aumentare gli investimenti stranieri al 25% del Pil e per incoraggiarli torna a parlare di privatizzazioni, di trasparenza e di lotta alla corruzione per realizzare un clima più affidabile per il business. «I capitali hanno bisogno di stabilità e Putin finora l'ha garantita - spiega a Mosca un osservatore occidentale -. E ora, rispetto a noi europei che eravamo più avanti ma abbiamo dovuto rallentare, la Russia ha ancora margini di crescita». Anche Ivan Tchakarov, chief economist di Renaissance Capital, è convinto che per il futuro dell'economia russa la soluzione migliore sia ancora Putin: «Insiste sempre più spesso sull'importanza del clima degli affari per attirare gli investimenti stranieri e sradicare la corruzione - è la sua analisi -. Siamo convinti che mentalmente sia determinato a proseguire sulla strada della liberalizzazione politica ed economica, sia pure in modo graduale».
Altri pensano invece che anche se Putin ha intitolato "Nuova economia" l'articolo in cui ha raccolto le sue idee sullo sviluppo del Paese, è illusorio aspettarsi un ridimensionamento del sistema di capitalismo di Stato su cui - da presidente e poi da primo ministro - ha basato i suoi primi 12 anni di potere. Al cuore del sistema ha installato l'élite (presa in larga misura tra gli ex colleghi dei servizi di sicurezza) che lo mantiene al comando, ben poco propensa a lasciarsi "modernizzare". «Putin vacilla tra il riconoscimento intellettuale del bisogno di una riforma profonda e l'istinto conservatore a mantenere lo status quo», scrive Jenia Ustinova, analista del gruppo Eurasia. Bisognerà attendere i suoi primi passi da presidente ritrovato: tutto ciò che ha anticipato in campagna elettorale era visibilmente intriso del populismo di chi è a caccia di voti. Come la luxury tax, imposta sui Suv e gli yacht di chi «si rifiuta di investire piuttosto nello sviluppo»; l'una tantum sugli oligarchi, con cui chiudere il capitolo delle privatizzazioni selvagge degli anni 90; l'ordine a Vtb, la seconda banca del Paese, di rimborsare i piccoli azionisti vittima di un'Ipo del 2007 andata male; oppure l'iniziativa con cui Putin, il mese scorso, ha ordinato ai revisori dello Stato di passare al setaccio le mosse dei grandi dirigenti alla ricerca di conflitti d'interesse, favoritismi, abusi, conti offshore.
Nessuno crede che la crociata colpirà i veri intoccabili, gli uomini su cui si regge il potere di un Putin che, a sua volta, non è esente da ombre. Ma fare previsioni ora sembra davvero difficile: sta per iniziare un regno non più assoluto, e corteggiare il consenso o calpestarlo sarà una scelta che Putin, a partire da lunedì, dovrà fare ogni giorno.
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