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Questo articolo è stato pubblicato il 25 maggio 2012 alle ore 07:24.

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ROMA - Via libera della Camera nei tempi previsti alla riforma del finanziamento pubblico dei partiti che dimezza i fondi già a partire dalla rata di luglio: da 182 milioni a 91, il 70% dei quali corrisposto come rimborso delle spese elettorali e quale contributo per l'attività politica e il restante 30% come confinanziamento: i partiti riceveranno 50 centesimi per ogni euro ricevuto a titolo di quote associative ed erogazioni liberali da parte di persone fisiche o enti.

Le donazioni private sono poi incentivate tramite detrazioni fiscali del 26% (equiparati partiti e onlus) per "assegni" tra i 50 e i 10mila euro. Un sistema "misto" alla tedesca fortemente voluto dal Pd di Pier Luigi Bersani, che subito si intesta il sì: «Avevamo detto dimezzamento e dimezzamento è stato. Per noi è come tagliarci un braccio perché i soldi non li spendiamo in diamanti. Se i cittadini tirano la cinghia, la politica deve tirarla due volte». Tirare la cinghia, tuttavia, non piace a nessuno. E non sarà un caso che ieri, per la prima volta nell'era Monti, il Ddl è stato approvato con 291 voti, meno della maggioranza assoluta di Montecitorio (316). Moltissime, infatti, le assenze: 96 nel Pdl, 32 nel Pd e 14 nell'Udc. Hanno votato contro Lega e Idv (favorevoli all'abolizione totale del finanziamento pubblico), e Antonio Di Pietro già annuncia il referendum contro «l'ennesima porcata». Fuori il Palazzo Beppe Grillo attacca e si smarca: «A noi i soldi non servono».

Soddisfatti i relatori, Gianclaudio Bressa del Pd e Peppino Calderisi del Pdl: «Se questa norma fosse già da tempo legge, Lusi e Belsito sarebbero stati scoperti subito». Intanto non sarà più possibile investire in diamanti o altre stravaganze: la Camera ha stabilito che i partiti possano investire i propri fondi solo in titoli di Stato dell'Unione europea. Altra norma "buonista" inserita ieri è quella che stabilisce che i risparmi prodotti nel 2012 (91 milioni) e nel 2013 (69 milioni) siamo destinati ai terremotati. Ma è il meccanismo dei controlli quello che ha suscitato le maggiori polemiche. A cominciare da una lettera del presidente della Corte dei conti Luigi Gianpaolino al presidente della Camera Gianfranco Fini: «È mia opinione, condivisa da tutta la Corte, che la competenza a svolgere qualsiasi forma di controllo su tale pubblica contribuzione non possa che spettare alla Corte stessa in ragione della sua posizione costituzionale di organo ausiliario del Parlamento in materia di contabilità pubblica». Ma gli emendamenti tesi ad affidare ai magistrati contabili i controlli non sono passati e resta dunque la Commissione ah hoc istituita dal testo Bressa-Calderisi: cinque membri, nominati dai presidenti delle Camere. Uno designato dal primo presidente della Cassazione, uno dal presidente del Consiglio di Stato e tre dal presidente della Corte dei conti. «Il controllato che nomina il proprio controllore.

È una vergogna», tuona Di Pietro. Altra criticità è rappresentata dalla possibilità per gli enti pubblici e le società controllate dallo Stato di erogare denaro in favore di associazioni o fondazioni presiedute da parlamentari o dirigenti di partito. Un emendamento di Linda Lanzillotta (ex Pd ora nell'Api) appoggiato anche da Idv e Fli per vietare tali erogazioni è stato infatti bocciato. Rientra in questo modo dalla finestra quello che era uscito dalla porta, ossia il finanziamento pubblico alle fondazioni, «una sorta di finanziamento parallelo a quasi partiti personali». Tanto più che le fondazioni non sono sottoposte agli stessi vincoli (anche di vita democratica interna, come prevede ad esempio la norma ribattezzata "anti-Grillo") a cui devono attenersi i partiti per poter accedere ai fondi.

Sull'iter del Ddl sul finanziamento ai partiti e dunque anche sulle sue criticità è alta l'attenzione sia del Quirinale sia di Palazzo Chigi. Giuliano Amato, nominato da Mario Monti consigliere del governo in materia, ha seguito passo passo il lavoro dei relatori anche in vista dell'attuazione dell'articolo 49 della Costituzione (sul ruolo dei partiti) ora all'esame della commissione Affari costituzionali di Montecitorio.

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