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Questo articolo è stato pubblicato il 22 marzo 2013 alle ore 06:39.
Ma è stato il contesto biblico ad aver fatto da cornice e da collante per il resto del messaggio, uno dei più ispirati che abbiamo ascoltato da questo Presidente americano. Obama ha ricordato i secoli di schiavitù ebraica in Egitto, i tormenti della fuga per decenni nel deserto del Sinai e l'arrivo alla Terra promessa e alla libertà. E ha detto che per lui e per il popolo afroamericano quel messaggio ha risuonato sempre fortissimo: «Il giorno prima di morire Martin Luther King disse a un gruppo di discepoli: è possibile che io non riesca a vedere la terra promessa, ma voi la vedrete. Il giorno dopo fu ucciso, ma la terra promessa l'abbiamo vista». Il pubblico, commosso, si è alzato in piedi e lo ha applaudito per alcuni minuti. L'entusiasmo è stato minore quando Obama ha affrontato la questione della restituzione dei territori, quando ha costruito una parabola di fratellanza che in Israele viene recepita con sospetto. Alla fine del discorso, Michael Tibliski, appena sposato, un funzionario del ministero per la giustizia ci ha detto: «Mi sono trovato d'accordo su tutto, ma non sulla questione dei territori, stamane Obama ha visto gli scritti del Mar Morto, deve sapere che questa è la nostra terra». Lior Coren, uno studente del politecnico, è più entusiasta sul messaggio ideale, ma prudente sull'esito: «Credo che dobbiamo essere realisti, quel che vuol fare il Presidente non sarà facile».
Il segretario di Stato John Kerry tornerà in Israele e Palestina subito dopo la tappa di oggi e domani in Giordania. L'obiettivo, battere il ferro finché è caldo: «Non stiamo ancora lavorando a dei documenti, ma abbiamo ragione di sperare che dei passi in avanti saranno compiuti, occorre ricostruire la fiducia reciproca sulle grandi tematiche». I grandi temi sono lo status finale di Gerusalemme, la questione dei rifugiati, i confini e la sicurezza. Non cose da poco, ma tematiche su cui negli ultimi giorni dell'amminsitrazione Clinton si fecero grandi progressi. Obama ha aperto il dialogo prima di quanto non abbiano fatto i suoi predecessori. Non è un caso se il primo viaggio del suo secondo mandato sia stato in Medio Oriente: la tematica della pace in «due stati per due popoli» diventa per Obama uno degli obiettivi centrali del suo secondo mandato. Con prudenza ha avviato la partita. Sarà arbitro imparziale, ma se alla fine il passo in avanti ci sarà davvero, avranno vinto sia gli israeliani che i palestinesi. E la sua presidenza avrà davvero fatto la storia.
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LA VISITA
Le tappe
Nello storico viaggio in Israele, il primo da quando nel 2008 è diventato presidente degli Stati Uniti, Barack Obama ha toccato vari luoghi simbolici, ma non ha voluto parlare alla Knesset
Ieri è stato a Ramallah, nei territori occupati della West Bank, dove ha incontrato il presidente dell'Autorità nazionale palestinese Abu Mazen. Qui, il presidente americano, è stato contestato da circa 150 dimostranti
Il discorso
Sempre ieri, all'università di Gerusalemme, in un discorso durato 45 minuti, Obama ha incitato i giovani israeliani a impegnarsi per la pace, che «è necessaria, è giusta, è possibile». E per raggiungerla devono spronare i leader politici che «non assumono rischi se non è il popolo a chiederlo. Voi dovete forgiare il cambiamento che volete vedere»
Gli studenti sono rimasti trascinati e si sono alzati decine di volte in piedi ad applaudire entusiasti
«Non siete soli»
Per far sentire a Israele l'amicizia e il sostegno degli Stati Uniti, agli studenti Obama ha gridato in ebraico «Atem lo-Levad!»: «Non siete soli!»








