Storia dell'articolo
Chiudi

Questo articolo è stato pubblicato il 26 giugno 2013 alle ore 17:32.

In Egitto è l'ora dei Tamarrud. Dopo piazza Tahir una nuova rivoluzione? «Morsi attento arrivano i ribelli»

La Rivoluzione prima del Ramadan
Il 30, pochi giorni prima dell'inizio del Ramadan, farà ancora più caldo. Ed è un rischio portare in piazza uno o tre milioni di persone, compresi i ragazzi delle periferie, quelli delle curve degli stadi, in questa stagione atmosferica e politica. La base dei Fratelli musulmani annuncia che non starà solo a guardare. La polizia non da affidamento: è ugualmente ostile alle opposizioni come alla fratellanza.

«In questo Paese oggi ci sono forse troppi azionisti interessati», dice Mourad Mohammed Aly, il portavoce della fratellanza. «Noi, le opposizioni, i resti del vecchio regime corrotto, la polizia, i militari: ma loro, i militari, sono molto attenti a tenersi al di fuori della mischia. Poi c'è l'Iran che ha la sua gente, i Paesi del Golfo hanno i loro, gli Stati Uniti…».

Il ritorno delle forze armate
Nessuno riesce a prevedere cosa accadrà: forse nulla, con Morsi e la fratellanza che continueranno a governare da soli, come se l'Egitto non fosse nel caos e loro sapessero il modo per tirarlo fuori; convinti che vincere le elezioni in democrazia sia l'unica cosa che conti, e non anche il dialogo con gli altri.

O forse scoppierà il caos e in qualche modo le forze armate saranno costrette a intervenire contro la loro volontà: l'accordo di potere ed economico con la fratellanza, i militari l'hanno già fatto. Non vorrebbero essere costretti a riprendere in mano un Paese che nessuno riesce più a governare.

A parte questo compromesso al vertice tra fratellanza e militari, l'Egitto è pericolosamente polarizzato e incapace di affrontare i problemi. Tutti contro tutti, nessuno parla con gli altri. Amr Moussa, il leader del Fronte di salvezza di parte socialdemocratica, aveva tentato un dialogo con Khairat al Shater, l'uomo forte della fratellanza insieme ad Hassan Malek (entrambi uomini d'affari). E' stato linciato dai suoi: dal Fronte e dai giovani Tamarrud. «E comunque non è servito a nulla – ammette Moussa – Non penso sia possibile trovare un compromesso. Per loro è impensabile un governo di unità nazionale col quale sarebbe più facile fare le riforme economiche chieste dal Fondo monetario internazionale per avere il prestito necessario. Loro vogliono salvare la fratellanza musulmana, non l'Egitto».

I reduci di piazza Tahrir
In un appartamento vicino e simile alla base dei Tamarrud – ma molto più vuoto – c'è la sede del Movimento 6 Aprile e del suo co-fondatore, Ahmed Maher: un simbolo, piazza Tahrir in carne e ossa, le origini della Primavera egiziana. Non doveva essere vostra, anziché dei Tamarrud, l'idea della petizione?

La domanda non offende Ahmed che continua a sentirsi un guru. Come ai tempi di piazza Tahrir. «Abbiamo prospettive differenti. Loro dicono: cacciamo Morsi subito. Ma i fratelli musulmani sono una forza organizzata, hanno consenso, hanno vinto le elezioni. Dobbiamo farlo per gradi. Loro dicono: facciamo un'altra rivoluzione. Noi rispondiamo: non è facile come dirlo. Non vogliamo che accada una seconda ondata rivoluzionaria, siamo realisti. La qualità della mobilitazione del 30 giugno determinerà gli obiettivi politici».

Come Hamdeen Sabahi: se fallisce è colpa dei Tamarrud, se è un successo vinciamo tutti. Presto o tardi succede in tutte le rivolte del mondo: anche i ragazzi di piazza Tahrir hanno appeso la rivoluzione al chiodo.

Shopping24

Dai nostri archivi