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Questo articolo è stato pubblicato il 04 luglio 2013 alle ore 06:45.

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IL CAIRO. Dal nostro inviato
Probabilmente è un golpe. Forse no, se al passaggio degli elicotteri militari piazza Tahrir esplode in un tripudio di bandiere e mortaretti come in un giorno di festa. Mohamed Morsi «non ha più nelle sue mani il potere esecutivo». Non si sa dove sia ora, ma ieri in serata si è fatto vivo con un video in cui affermava di essere «il presidente eletto» ed esortava i suoi a difendere la sua legittimità. A lui e alla leadership dei Fratelli musulmani è impedito di espatriare, i militari occupano la televisione di Stato, presidiano i luoghi dove sono radunati i sostenitori del movimento islamico. Che i militari potrebbero sciogliere.
Forse quella di Morsi non era una vera democrazia. Si era assunto poteri straordinari, ignorando la voce delle opposizioni, probabilmente pensando più agli interessi religiosi del suo movimento che a quelli della nazione. Ma ieri sera si è chiusa la prima presidenza più vicina a qualcosa di democratico della storia egiziana: è durata poco più di un anno e nessuno può dire cosa verrà dopo. La Primavera egiziana torna al punto di partenza.
Di colpo di Stato parlano solo i portavoce dei Fratelli musulmani. Sono loro ad annunciarlo verso le 18. In serata le forze armate rompono il silenzio: Morsi, annunciano, non è più il presidente, al suo posto viene nominato a interim il capo dell'alta Corte Adli Mansour. La Costituzione è sospesa, verrà nominato a breve un nuovo Governo che porterà il Paese verso nuove elezioni.
La scadenza dell'ultimatum entro cui Morsi doveva trovare una via d'uscita politica alla crisi - cioè dimettersi - era fissata per le 16.30. Ma al quartier generale delle Forze armate facevano sapere che l'orario, in fondo, non era così rigido. Contavano i contenuti.
Si stava trattando, nel tentativo di trovare una via d'uscita politica a una crisi che ha acceso i prezzi del petrolio, sopra i 102 dollari a New York. Già nella tarda mattinata il generale Abdel Fattah al-Sisi, comandante in capo e ministro della Difesa, il nuovo uomo forte o salvatore della patria, aveva convocato tutti i partiti. C'era Mohamed el-Baradei, Nobel per la pace e ora portavoce, scelto dai Tamarrud e dalle opposizioni, di un nuovo fronte chiamato 30 giugno. C'erano i rappresentanti di tutti i partiti, le autorità religiose sunnite e copte cristiane. Non è chiaro se anche Libertà e giustizia, il partito della fratellanza, sia stato invitato o non sia stato chiamato. In ogni caso non c'era. I militari volevano probabilmente capire dagli altri partiti - un tempo loro avversari - fino a quanto potevano spingere la loro «temporanea assunzione della sicurezza del Paese».

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