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Questo articolo è stato pubblicato il 07 novembre 2013 alle ore 14:51.
L'ultima modifica è del 07 novembre 2013 alle ore 16:38.

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«L'Oceano Pacifico è distrutto». Non ha usato mezzi termini lo yachtman australiano Ivan Macyayden, che nei giorni scorsi ha rilasciato a un quotidiano della sua terra un'impietosa intervista sulla condizione del più vasto dei sette mari. Dieci anni fa aveva percorso il tratto di oceano tra Melbourne e Osaka impiegando un mese di navigazione; e non passava giorno senza che ci fosse un grosso pesce da catturare. Quest'anno ha provato a replicare la traversata, ma i pesci pescati sono stati solo due e, quel che è peggio, l'intera vita marina sembrava essere scomparsa. Niente uccelli, tartarughe, delfini o squali in vista; al loro posto detriti di ogni genere, in tale quantità e dimensione da rendere difficoltosa la navigazione.

Sono molte le cause di un tale declino, e tutte dovute all'Uomo: dalla pesca eccessiva e indiscriminata, che ha pericolosamente assottigliato il numero di esemplari di tante specie marine, ai frammenti di plastica che senza biodegradarsi finiscono per ricoprire la superficie, e ai disastri che causano la dispersione in mare di ogni tipo di sostanza nociva.

L'ultimo di questi disastri è quello dovuto alla centrale nucleare giapponese di Fukushima, danneggiata nel 2011 da uno tsunami. Al momento dell'incidente fu necessario scaricare in mare l'acqua radioattiva utilizzata per raffreddare il reattore e impedirgli di esplodere. L'acqua impiegata successivamente è stata invece riversata in enormi serbatoi, la cui tenuta si è però rivelata insufficiente: dopo lunghe esitazioni, è stato ammesso che ci sono perdite, e che almeno 300 tonnellate al giorno di acqua radioattiva finiscono in mare.

Uno studio dell'università di Barcellona ha rilevato che nelle acque antistanti Fukushima la quantità di isotopi radioattivi dello stronzio è cresciuta di due ordini di grandezza nei primi tre mesi dopo l'incidente. L'acqua contaminata si sta ora espandendo in un pennacchio che parte dal Giappone per allargarsi a ventaglio verso gli Stati Uniti, le cui coste, secondo uno studio dell'Università della Nuova Galles del Sud, verranno raggiunte entro due anni.

Le valutazioni del pericolo dovuto a questa contaminazione sono assai variabili. Da un lato, molti scienziati sono tranquillizzanti. Per esempio, una ricerca condotta dal professor Nicholas Fisher dell'università statunitense di Stony Brook ha messo a confronto la quantità di radionuclidi trovati nel tonno pinne azzurre del Pacifico, pesce i cui percorsi di migrazione attraversano le acque di fronte a Fukushima, con quelli normalmente reperibili in tonni di altre località (dovuti essenzialmente al polonio, elemento radioattivo presente naturalmente nel mare).

L'analisi ha individuato un'evidente contaminazione con radionuclidi di cesio-134 e cesio-137 dovuti al disastro di Fukushima; ma ha anche stabilito che tale radioattività aggiuntiva è decine o centinaia di volte inferiore a quella dovuta a cause naturali, e quindi ininfluente. Anche una persona che mangiasse tonno tutti i giorni per un anno correrebbe ben pochi rischi. Più in generale, molti scienziati fanno notare che la quantità d'acqua contaminata di cui si parla e la radioattività che contiene sono piccolissime rispetto alle dimensioni dell'Oceano: con l'aumentare della diluizione, la concentrazione di radionuclidi si ridurrà fino a confondersi con quella naturale.

C'è però chi preferisce non fidarsi. Il Giappone ha bandito la pesca nella prefettura di Fukushima, ma la Corea del Sud è andata oltre e ha deciso lo scorso settembre di bandire il consumo del pesce proveniente da altre sette prefetture,nonostante le rassicurazioni delle autorità giapponesi sulla non pericolosità del pesce pescato in quelle aree. C'è chi fa notare che le stime sull'entità delle perdite della centrale sono ancora incerte e che, nonostante gli imponenti sforzi del Giappone per tamponare la falla con un "muro di ghiaccio", non è ancora chiaro se e quando queste cesseranno. Infine, le correnti e i vortici del Pacifico sono tali da far ritenere che la radioattività, invece che diluirsi in modo uniforme e innocuo, potrebbe concentrarsi e costituire un pericolo per determinate aree costiere. Anche gli effetti della radioattività potrebbero essere sottostimati: secondo il biologo Tim Moisseau dell'Università del Nord Carolina, è sbagliato ritenere che al di sotto di una certa soglia non ci siano effetti. Gli studi svolti in luoghi come Chernobyl mostrano che un basso livello di radioattività può avere conseguenze più gravi in natura di quelle che si osservano in laboratorio. La vera portata del disastro, dunque, è ancora tutta da valutare.

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