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Questo articolo è stato pubblicato il 21 novembre 2013 alle ore 14:53.
L'ultima modifica è del 21 novembre 2013 alle ore 14:57.

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Benvenuti alla seconda edizione degli Stati Generali della Cultura. La prima si tenne a Roma un anno fa e venne conclusa dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napoletano. Oggi le conclusioni sono affidate al Presidente del Consiglio, Enrico Letta, che ringrazio per la Sua sensibilità verso il tema e per quanto sta facendo in una fase tuttora difficile della vita economica e sociale del Paese. Infatti, gli impegni di governo lo hanno trattenuto a Roma e si collegherà con noi in videoconferenza.

Grazie a tutti voi per essere qui, in questa e nelle altre sale collegate, e a chi ci segue attraverso lo streaming del nostro sito e le dirette televisive. Ringrazio anche i giornalisti che sono con noi per raccontare questa giornata. Un grazie particolare al direttore del Sole 24 Ore, Roberto Napoletano, che ha lanciato il "Manifesto della Cultura" sulle pagine del nostro inserto culturale della domenica nel febbraio del 2012 (Manifesto da cui è nato questo evento) e a Emmanuele Emanuele, Presidente della Fondazione Roma, nostro partner in questa iniziativa.

Il Manifesto lanciato dal Sole 24 Ore ruotava e ruota intorno ad un concetto molto semplice: la Cultura come motore di sviluppo del Paese. Essendo i cosiddetti "giacimenti culturali" la vera materia prima dell'Italia, valorizzarli avrebbe dovuto essere il compito primario della classe dirigente, di tutta la classe dirigente. Se tutti noi, nessuno escluso, abbiamo la sensazione che così non è, che l'asset principale del Paese non viene valorizzato come dovrebbe, se il nostro giornale è costretto a fare da pungolo, allora c'è qualcosa che non va, visto che sul principio siamo tutti d'accordo.

Sia chiaro, non siamo qui per usare altre o nuove parole per scandalizzarci o per accusare i soliti politici (che, ovviamente anche per colpe proprie, sono i destinatari dell'insoddisfazione generale). Meglio un metro di fatti che un chilometro di buone intenzioni: per questo abbiamo indirizzato il focus di questa giornata sul ruolo delle imprese, su quello che l'imprenditoria italiana sta facendo per legare il proprio brand alla grande cultura italiana. Lo vedrete in un filmato (che è necessariamente parziale, riporta gli interventi più importanti ma non esaurisce certo la portata dell'impegno che tutte le aziende italiane, piccole, medie e grandi, mettono in campo sulla cultura), ascolterete gli interventi di imprenditori come Giorgio Squinzi, presidente di Confindustria e di Patrizio Bertelli, patron di Prada.

Per quel che mi riguarda, anche nella mia veste di Presidente della Fondazione Fiera di Milano, lancio una proposta per l'immediato futuro. Per oggi, non per domani. Nel 2015 abbiamo l'Expo. L'Expo è in Italia, non solo a Milano, poiché gran parte dei 20/25 milioni di visitatori attesi (che sono in gran parte classe dirigente dei rispettivi paesi di origine) coglieranno l'occasione per visitare l'Italia e lo faranno seguendo proprio le piste della cultura. Allora perché, accanto al Colosseo, Venezia e gli Uffizi, non individuiamo 20 opere degne di rappresentare la grande cultura italiana e le utilizziamo come richiamo e volano della manifestazione, magari mandandole di qui al 2015 per un periodo breve nelle capitali dei principali paesi che parteciperanno all'Expo, per farle poi tornare in Italia insieme alle delegazioni ufficiali di quei Paesi? Un esempio per tutti: i Bronzi di Riace. Sono adagiati in un locale della Regione Calabria, in attesa che sia pronta la loro collocazione definitiva, dove si prevede di avere, nel migliore dei casi, centomila visitatori all'anno, e nemmeno tutti paganti. Ma perché, nel frattempo, non li portiamo a Milano, perché non li trasformiamo in testimonial di un Expo da alcune decine di milioni di visitatori, con un effetto formidabile di richiamo sull'attrazione turistica della Calabria?

Gli uomini dell'Expo, gli esperti di marketing culturale potranno meglio valorizzare questa proposta, che in un Paese che continua a mettere al primo posto la tutela e non la valorizzazione, può suonare quasi provocatoria. Eppure, dobbiamo cambiare passo sapendo che di troppa tutela si può morire, e ciascuno di noi ha in mente un'opera o un bene culturale che in Italia viene visitata da pochi intimi e che invece nel mondo avrebbe milioni di estimatori. Sappiamo anche che le aziende italiane che possono sponsorizzare una operazione come questa ci sono, sono pronte ad investire.

Aggiungo soltanto un concetto, per concludere. Made in Italy nel mondo e grande cultura italiana rappresentano un connubio inscindibile: anzi, il made in Italy è tale proprio perché è la sintesi industriale di innovazione e tecnologia da una parte e di design, classe, stile, gusto, tradizione dall'altra. Un connubio altrimenti definito dal professor Magnani, che vi presenta fra qualche minuto il quadro aggiornato dell'economia della cultura nel nostro Paese, come "la triade manufatto, contenuto, patrimonio". L'insieme di tutto questo fa della nostra offerta un unicum riconosciuto come tale in tutti i paesi del mondo. Allora, per una volta, utilizziamo il trampolino dell'Expo come una piattaforma innovativa per porre all'attenzione del mondo in modo diverso dal solito 20 capolavori italiani di tutte le epoche, 20 simboli delle nostre radici, della nostra storia.

Credo che (accanto alle mostre e a tutte le iniziative in gestazione) sia un programma minimo, eppur rivoluzionario se riusciamo a movimentare opere che non hanno mai lasciato la propria dimora. Se non ora quando?

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