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Questo articolo è stato pubblicato il 28 gennaio 2014 alle ore 15:59.
L'ultima modifica è del 28 gennaio 2014 alle ore 22:44.

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«Quel disgraziato di ministro dell'Agrigentino, là al ministero dell'Interno, è proprio accanito con questi quarantunisti, questo è accanito proprio, è una canaglia». Totò Riina contro Angelino Alfano: nel suo «passeggio» del 12 settembre, il capo di Cosa nostra se la prende con il titolare del Viminale. E al suo compagno di «socialità», il pugliese Alberto Lorusso, che gli dice che «le direttive vengono da lui», Riina risponde: «Sì, sì, e lo aggravava sempre, sempre parla del 41. 'Stiamo facendo carcere nuovi, i carceri li facciamo di modo che non possono rispondere con quelli della porta accanto... Sta facendo tutto per il carcere duro... Il carcere duro glielo do io a lui, il duro lo abbiamo noi qua dentro. Quando viene lo trovi sempre duro, disgraziato». Il regime di carcere duro del 41 bis è al centro del processo sulla trattativa Stato-mafia, nel cui ambito oggi sono state depositate le nuove trascrizioni.

Nelle sue conversazioni, intercettate dalla Dia, Riina non si dà pace: «Ma disgraziati che siete, perché dovete sfottere queste persone così? La condanna è una condanna, se è un 41 è un 41, ma lasciateli stare». «Tutte queste cose soverchie in più, tutte queste aggiunte che fanno, queste vessazioni», chiosa Lorusso, che assume sempre più la veste del «provocatore», della spalla delle dichiarazioni del capo di Cosa nostra. E il boss aggiunge: «Ma cosa volete? Da queste seicento persone, volete fare pagare la pena di tutti i carcerati a queste 600 persone. Non siamo tutti carcerati?». Poi un riferimento a un personaggio con la «faccia grassa, che per quanto è grassa sta scoppiando, si vede che mangia troppo, come un porco... parla sempre, parla sempre...».

Finora sapevamo di minacce di Totò Riina dal carcere di Opera e non, cosa diversa, al carcere milanese di Opera. Invece, dall'audizione di martedì 14 gennaio in Commissione parlamentare antimafia da parte di Giovanni Tamburino, Capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, esce fuori che Riina nei suoi colloqui con il Riina in sedicesimi, vale a dire il pugliese Alberto Lorusso, ne aveva per tutti. Anche per il direttore Giacinto Siciliano.

Non si presterebbe, infatti, a equivoci, la risposta di Tamburino al commissario Davide Mattiello che gli chiedeva conto di una eventuale inchiesta interna al Dap (Dipartimento dell'amministrazionme penitenziaria) per capire se qualcuno dall'interno dell'amministrazione abbia fatto arrivare ai giornali le informazioni sulle minacce al pm Antonino Di Matteo e agli altri pm di Palermo impegnati nel processo sulla trattativa tra Stao e mafia. «Credo, infatti – commenterà Mattiello – che in questo stia il senso del 41-bis: un detenuto sottoposto al 41-bis può sfogarsi come vuole, ma il problema è che quegli sfoghi sono arrivati sulla stampa e sono stati puntualmente descritti».

Tamburino risponde testualmente: «Io non faccio deduzioni perché non trovo che sia possibile. Il regime, come ho detto nella scorsa seduta, mediamente funziona bene. Noi verifichiamo che questa impermeabilità mediamente funziona, sebbene non in modo assoluto, perché comunque vi sono i colloqui e via dicendo. D'altra parte, sapete che oggi esiste una norma apposita, sorretta da sanzione penale, per evitare che avvenga la diffusione di notizie, che credo abbia anche la sua capacità di deterrenza.

In questo caso specifico – sempre ribadendo che non voglio fare deduzioni – all'interno delle dichiarazioni di Riina vi erano anche minacce nei confronti di un funzionario dell'amministrazione penitenziaria, il direttore – minacce che noi consideriamo anche preoccupanti, tant'è che abbiamo chiesto, e la richiesta è stata accolta, di valutare una protezione per questo funzionario – ma di questo non si è avuta notizia all'esterno. Non dico che sia una conferma del fatto che il regime funziona bene, mostra però quello che è il comportamento normale, anche perché il personale addetto a questo settore dei detenuti è motivato e mediamente ben addestrato e conosce anche a che cosa può andare incontro. Credo, quindi, che si tratti di un elemento che lascia pensare che il regime, nel suo aspetto amministrativo tipico, ha funzionato».

Interpellato dal sole24ore.com, Tamburino risponde con molta cortesia e, alla luce del suo ruolo, non puiò né confermare né smentire: «Volontariamente non ho fatto il nome e il cognome ma in Commissione parlamentare tutti hanno perfettamente capito a chi mi riferissi». Non si vede, dunque, quale altro direttore se non quello di Opera, Siciliano, possa essere stato l'oggetto di minacce da parte di Riina, definite preoccupanti dallo stesso Tamburino. Siciliano, in questo momento è coinvolto con il pm palermitano Salvatore Leopardi in una vicenda delicatissima, che fa riferimento a fatti che si sarebbero svolti tra il 2005 e il 2006. I due, sembra entrati in possesso di alcune dichiarazioni di un pentito di camorra, anziché informarne i magistrati, avrebbero informato i soli servizi segreti.

I condizionali e le cautele sono d'obbligo perché qui entra in ballo il delicatissimo tema del protocollo (o convenzione) "Farfalla" che avrebbe regolato i rapporti tra le carceri e i servizi segreti ma di cui tutto dicono di non sapere nulla. A partire da Tamburino, che lo ha ripetuto in Commissione parlamentare antimafia.

Siciliano diventa così oggetto di minacce da parte di quel Riina che, in passato, aveva dato luogo a siparietti definiti imbarazzanti da alcuni testi auditi dal Tribunale di Milano nel coso di una causa che la presidentessa della Commissione europea antimafia, Sonia Alfano, aveva intentato contro lo stesso Riina per minacce ricevute nel corso di una visita a Opera il 4 maggio 2010 (Riina è stato assolto da questa accusa).

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