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Questo articolo è stato pubblicato il 27 febbraio 2014 alle ore 14:30.
L'ultima modifica è del 27 febbraio 2014 alle ore 14:53.

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L'inflazione di febbraio, secondo il dato flash, è stata dell'1%, quella gennaio all'1,2%. I prezzi, in Germania, sono molto lenti; e le aspettative non sembrano migliorare: i titoli indicizzati a 5 anni, rispetto a quelli non indicizzati, ora puntano allo 0,79% dallo 0,98% di metà gennaio. Non dovrebbe essere così, con una crescita economica che nel quarto trimestre 2013 ha raggiunto lo 0,7% contro lo 0,3% di Eurolandia e lo 0,6% (non annualizzato) degli Stati Uniti.

Un problema per Eurolandia
Non è forse un problema per la Germania, ma lo è per tutta Eurolandia. In un'unione monetaria, il lavoro di riequilibrio realizzato in altri casi attraverso l'apprezzamento o il deprezzamento del cambio è compiuto dalla velocità relativa di prezzi e salari. Occorre che in Germania l'inflazione sia un po' più alta del tetto del 2% e in Spagna o in Italia un po' più bassa perché la Uem ritrovi un ritmo di crescita soddisfacente ed equilibrato. È già così: nel 2013 per la prima volta l'inflazione tedesca – che tra il 2000 e il 2012 è stata in media dell'1,5% - ha superato quella di Eurolandia ed è in media più alta di un punto percentuale rispetto a quella dei paesi periferici. I ritmi di crescita dei prezzi sono però ovunque troppo vicini allo zero perché la Banca centrale europea possa stare tranquilla: basta un errore di misurazione – come ha più volte segnalato lo stesso presidente Mario Draghi - per trovarsi in deflazione senza esserne consapevoli fino in fondo.

Prospettive ancora fredde
«La bassa inflazione tedesca tiene Eurolandia nella zona di pericolo deflazione e rende più pesante la sfida per la sostenibilità del debito nei paesi periferici molto indebitati», spiega Ebrahim Rahbari di Citigroup in una ricerca (German Inflation: Lower for a Little Longer) sulla dinamica dei prezzi in Germania. Il problema è che l'inflazione potrebbe restare fredda a lungo, in Germania e in Eurolandia. Anche se l'economia tedesca proclama di avere oggi due motori, le esportazioni e i consumi interni; anche se il costo del lavoro in Germania cresce di 2-3 punti percentuali più rapidamente che nei paesi periferici (tranne l'Italia); anche se il salario minimo tedesco potrebbe aggiungere– secondo Rahbari - 0,5 punti percentuali all'inflazione nei prossimi 2-3 anni, i prezzi potrebbero non raggiungere la velocità sperata.

Pressioni domestiche insufficienti
La ricerca di Rahbari mostra che i prezzi dei prodotti e dei servizi a maggior intensità di lavoro stanno effettivamente salendo più velocemente degli altri, ma non riesce a individuare vere pressioni. Sono i salari a crescere ancora poco: «Secondo noi – spiega l'economista di Citigroup – questa debolezza nei redditi da lavoro può essere spiegata da un'economia ancora debole, un'attenzione alla creazione di posti di lavoro flessibili e a basso costo negli ultimi anni e al fatto che una continua immigrazione ha ridotto le pressioni sui salari». Qualcosa potrà cambiare con la ripresa, ma non moltissimo. Anche i salari minimi, che interessano una quota non ampia di lavoratori, potrebbero dare una spinta limitata. Rahbani calcola una spinta piena sui prezzi, in assenza di esenzioni e di perdite di posti di lavoro, di 1,2 punti percentuali, che potrebbe scendere della metà tenendo conto di tutte le possibili eccezioni e ricadute.

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