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Questo articolo è stato pubblicato il 07 giugno 2014 alle ore 14:21.
L'ultima modifica è del 07 giugno 2014 alle ore 15:47.

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La crisi ha reso l'Italia sempre meno attrattiva. Gli investimenti diretti esteri sono stati 12,4 miliardi di euro lo scorso anno. Rispetto al 2007, l'anno prima dell'inizio della crisi, quegli investimenti che potrebbero rilanciare la crescita e favorire l'occupazione sono diminuiti del 58 per cento. A rilevarlo è il sesto numero del «Diario della transizione» del Censis. La conferma del sempre minor appeal del nostro Paese arriva anche dall'Associazione fra le banche estere in Italia (Aibe): a pesare sono soprattutto eccesso di normative, burocrazia e fisco. Anche se negli ultimi mesi dalle previsioni sembrano arrivare segnali di un'inversione di tendenza.

Il peso della crisi
I momenti peggiori sono stati il 2008, l'anno della fuga dei capitali, in cui i disinvestimenti hanno superato i nuovi investimenti stranieri, e il 2012, l'anno della crisi del debito pubblico. In realtà la crisi ha colpito tutti i Paesi a economia avanzata, ma l'Italia si distingue per la perdita di attrattività verso i capitali stranieri. Nonostante sia ancora oggi la seconda potenza manifatturiera d'Europa e la quinta nel mondo (ma l'ultimo rapporto "Scenari industriali" del Centro studi Confindustria ha registrato l'arretramento del nostro Paese all'ottavo posto, ndr) , il nostro Paese detiene solo l'1,6% dello stock mondiale di investimenti esteri, contro il 2,8% della Spagna, il 3,1% della Germania, il 4,8% della Francia, il 5,8% del Regno Unito.

Il deficit di reputazione
L'Italia occupa il 65° posto nella graduatoria mondiale dei fattori determinanti la capacità attrattiva di capitali per un Paese, considerando le procedure, i tempi e i costi necessari per avviare un'impresa, ottenere permessi edilizi, allacciare una utenza elettrica business o risolvere una controversia giudiziaria su un contratto. Siamo ben lontani dalle prime posizioni di Singapore, Hong Kong e Stati Uniti, ma anche da Regno Unito e Germania, posizionati rispettivamente al 10° e al 21° posto. In tutta l'Europa solo Grecia, Romania e Repubblica Ceca presentano condizioni per fare impresa più sfavorevoli delle nostre. Per ottenere tutti i permessi, le licenze e le concessioni di costruzione, in Italia occorrono mediamente 233 giorni, 97 in Germania. Per allacciarsi alla rete elettrica servono 124 giorni in Italia, 17 in Germania. Per risolvere una disputa relativa a un contratto commerciale il sistema giudiziario italiano impiega in media 1.185 giorni, quello tedesco 394. L'Italia si posiziona in alto per quanto concerne indicatori come lo stile di vita, ma non primeggia per i fattori di sostegno allo sviluppo.

Anche l'indice elaborato da Ispo ricerche per l'Aibe, che misura il grado di percezione dell'Italia presso importanti operatori internazionali con attese di investimenti di medio e lungo periodo, sembra confermare le stesse problematiche. E, secondo la maggior parte del panel degli intervistati, Expo e semestre europeo a guida italiana non contribuiranno a migliorare la situazione anche se cresce l'interesse per il Governo Renzi e la costruzione di un visione strategica.

I punti di forza
Tornando alla ricerca del Censis, però vanno anche segnalati i punti di forza: siamo un Paese che esporta grazie alla qualità della nostra manifattura. L'Italia è tutt'oggi l'11° esportatore al mondo, con una quota del 2,7% dell'export mondiale. E siamo un Paese che attrae persone. L'Italia è ancora la quinta destinazione turistica al mondo (dopo Francia, Usa, Cina e Spagna), con più di 77 milioni di stranieri che varcano ogni anno le nostre frontiere (+4,1% tra il 2010 e il 2013). Siamo anche un Paese molto presente nel resto del mondo.

Si stimano in circa 60 milioni le persone di origine italiana residenti all'estero (15 milioni solo negli Usa), sono più di 20mila le imprese a controllo nazionale localizzate oltre confine (con 1,5 milioni di addetti e 420 miliardi di euro di fatturato), sono 25mila le imprese associate alla rete di 81 Camere di commercio italiane presenti in 55 Paesi, sono 4,3 milioni gli italiani residenti all'estero e il loro numero cresce rapidamente (+132mila nell'ultimo anno). Ma uno dei più gravi punti di debolezza resta il sistema dell'istruzione. I laureati italiani fra 30 e 34 anni sono ancora il 22,4%, un dato lontanissimo da quello di Gran Bretagna (48%), Francia (44%) e Germania (33%).

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