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Questo articolo è stato pubblicato il 25 giugno 2014 alle ore 08:41.
L'ultima modifica è del 25 giugno 2014 alle ore 08:55.

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Mai abbassare la guardia, neppure quando sembra che le mafie non abbiano nulla da lucrare. Loro hanno la pazienza di attendere il momento giusto. Passassero anche anni.
Lo dimostra l'indagine "Dirty job" condotta dalla Procura distrettuale antimafia dell'Aquila. I militari del Nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza dell'Aquila stanno eseguendo sette ordinanze di custodia cautelare (quattro in carcere e tre agli arresti domiciliari), emesse dal giudice delle indagini preliminari Marco Billi, nei confronti di altrettanti imprenditori, operanti nella ricostruzione post-terremoto, per i reati, a vario titolo, di estorsione aggravata dal metodo mafioso e di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro.

I provvedimenti in corso di esecuzione costituiscono l'esito di una complessa indagine sull'infiltrazione dei casalesi nel tessuto economico aquilano e, in particolare, nei cantieri della ricostruzione degli edifici privati danneggiati dal terremoto del 6 aprile 2009.
L'attività investigativa, coordinata dal Procuratore della Repubblica Fausto Cardella e dal sostituto David Mancini, è stata svolta dal Gruppo investigazione criminalità organizzata del Nucleo di polizia tributaria di L'Aquila, con l'ausilio del Servizio centrale investigazione criminalità organizzata di Roma.

Solo pochi mesi fa, nella relazione annuale della Direzione nazionale antimafia, la sostituta procuratrice nazionale Olga Capasso scriveva che la situazione degli appalti per la ricostruzione in Abruzzo da una parte è rimasta immutata, dall'altra ha visto un allontanamento degli interessi criminali da quel settore.
Le due cose costituiscono peraltro due aspetti dello stesso fenomeno.

Infatti, la ricostruzione è ferma e i pochi cantieri aperti sono quelli destinati al risanamento dei condomini privati, che pure prestano il fianco allo svilupparsi della microcriminalità, essendosi verificati casi di ingiustificata estensione dei lavori pagati con soldi pubblici a danni non causati direttamente dal sisma, oppure di gonfiamento abnorme dei prezzi. Di qui diversi procedimenti penali presso le Procure competenti.

Per quanto riguarda la ricostruzione vera e propria della città, con i suoi palazzi antichi e gli edifici pubblici, tutto si è involuto verso la stasi più completa.
Ne è prova il conseguente evolversi dei rapporti tra la Prefettura dell'Aquila e gli organi giudiziari, ossia la Procura distrettuale del capoluogo abruzzese e la Direzione nazionale antimafia. Secondo un protocollo redatto subito dopo il terremoto, questi uffici giudiziari ricevevano periodicamente delle richieste di informazioni da parte della Prefettura dell'Aquila, che pure dispone di organi investigativi per una prima scrematura delle imprese concorrenti per eliminare quelle che risultavano a vario titolo contigue ad associazioni criminali di stampo mafioso. Effettuate le ricerche in banca dati e prese informazioni dalle Procure interessate, la Dna comunicava alla Prefettura dell'Aquila le informazioni in suo possesso e trasmetteva i relativi atti giudiziari, se ostensibili.

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