Nel suo ufficio di prorettore dell'Università Cattolica di Milano, Luigi Campiglio tira fuori un paio di fogli appena stampati da un sito economico internazionale che mettono in evidenza il tasso tendenziale di inflazione della Cina e dell'area euro. Le due curve, anche a un occhio non specialistico, sembrano largamente sovrapponibili, se non addirittura uguali. Eppure, a una lettura superficiale, traggono in inganno: «Questi due grafici – spiega pazientemente Campiglio – dicono due cose molto diverse. L'inflazione di Pechino è quella "classica", di una economia in forte crescita, cioè un segno di esuberanza per eccesso di domanda. Il sottostante, come parliamo noi economisti, della curva euro è invece rappresentato da un eccesso di offerta che porta disoccupazione». Comincia così l'intervista con il docente di Politica economica dell'ateneo milanese che è moderatamente preoccupato perché dietro l'angolo ci potrebbe essere «l'inflazione in agguato, accompagnata da maggiori turbolenze sui mercati sia finanziari sia dell'economia reale, con prezzi dei prodotti finiti caratterizzati anche loro da un certo livello di volatilità».

Professor Campiglio, dal suo osservatorio, come vede la situazione di tensione che si sta profilando sui mercati delle materie prime, in un periodo di recessione?
Devo dire che sono rimasto un po' sorpreso perché si tratta di un evento inatteso. Inoltre ci sono almeno un paio di aggravanti. La prima è che la Cina sembra d'accordo con questa politica. La seconda è che l'acciaio rappresenta un po' un "secondo petrolio", nel senso che risulta una materia prima presente, in un modo o nell'altro, in quasi tutti i prodotti che utilizziamo, compresi i mobili di legno o, molto spesso, la plastica.

Secondo lei come la prenderanno i mercati? Ci saranno reazioni scomposte?
Temo che l'impatto più duro sarà proprio per l'Europa. Bisognerà capire e verificare le conseguenze di quel che sta succedendo su un'economia Ue dove la ripresa è ancora molto debole, con una spinta troppo esigua.

Teme conseguenze sui prezzi finali dei prodotti in un momento nel quale già si verifica una diminuzione del potere d'acquisto dei clienti?
Se il fenomeno non si arresta (o c'è un'improbabile retromarcia), credo sia praticamente inevitabile. Con l'aggravio che potremmo trovarci davanti a prezzi "ballerini" per i clienti.

Come mai questo nuovo scenario nei rapporti tra industria e consumatore, già abbastanza messi a dura prova da oltre un anno e mezzo di crisi conclamata?
Tutto nasce con la reazione dei governi alla crisi, che è stata buona. Ha però determinato degli strascichi che pagheremo in futuro. Inoltre oggi sui mercati c'è parecchia liquidità. Ecco quindi che, in una situazione di questo genere, c'è il rischio che si venga a creare un mercato ampio e articolato sui future. C'è il pericolo che si amplifichino gli elementi speculativi e gli atteggiamenti finanziari impropri. Fenomeni che si sovrappongono alle classiche quotazioni delle Borse merci.

Secondo la sua esperienza, per le aziende europee (e italiane in particolare) si può ipotizzare anche un fenomeno di "shortage" dell'acciaio, come si è ad esempio rischiato in passato per le forniture di gas metano?
Di certo si può dire che i fornitori mondiali avranno un occhio di riguardo per i Paesi grandi consumatori ed emergenti, in sostanza i Bric cioè Brasile, Russia, India e Cina. Sul breve termine potrebbero anche esserci problematiche di questo tipo (prima della crisi l'impennata dei prezzi del greggio si era spalmata su un biennio). In tempi medi il riequilibrio sui mercati dovrebbe tornare perché l'incremento dei prezzi renderà più conveniente la coltivazione di nuovi giacimenti.

Come valuta un aumento delle materie prime ai tempi della crisi?
La recessione ha cambiato molte cose. Per la vecchia Europa, ad esempio, è quanto mai reale la cosiddetta "jobless recovery", cioè una ripresa senza occupazione.

 

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